Fortugno, il giallo dei telefonini. Il pm: svelerò il vero mandante

Da due apparecchi acquistati da un fantomatico ungherese sarebbero partiti i segnali che davano il via all’agguato

Locri - Processo Fortugno, atto primo (con doppia, tripla sorpresa). La più eclatante è quella che vede la vedova Maria Grazia Laganà grande assente all’appuntamento in Corte d’assise a Locri per l'avvio del dibattimento sull'omicidio del marito, vicepresidente del consiglio regionale calabrese. La neoparlamentare della Margherita non si vede ma fa sentire la sua presenza per denunciare - con una nota Ansa - l’arrivo dell’ennesima lettera di minacce, una specialità del luogo. Così è rimasto deluso chi si aspettava sfracelli dall’incontro-scontro della signora Laganà con i pm che indagando a 360 gradi sui killer del marito hanno finito per indagare su di lei, con i familiari (un tempo amici) degli imputati, con i ragazzi del movimento «Ammazzateci tutti» che dopo aver chiesto il voto per farla eleggere adesso, causa contrasti feroci, hanno chiesto di costituirsi parte civile per conto loro.

L'udienza di apertura è scivolata via veloce, e a presiederla è stata il giudice Olga Tarzia subentrata in extremis al collega Bruno Muscolo, evidentemente incompatibile per la presenza della moglie e della cognata scrutatrici nel seggio dell'Unione al momento dell'agguato. Subito il rinvio all'11 luglio, a margine del quale il procuratore Francesco Scuderi ha annunciato alla stampa che qualcosa sta bollendo in pentola: dunque novità imminenti sulla «vera mente» dell'omicidio Fortugno che, dunque, non sarebbe più la «mente» Alessandro Marcianò, il caposala dell'ospedale di Locri in carcere insieme al figlio Giuseppe (erroneamente, ieri, definiti pentiti, ndr): «A nostro avviso - annuncia Scuteri - chi è attualmente ristretto rappresenta solo la cinghia di trasmissione tra quanti sono stati gli ideatori del terribile fatto di sangue e gli esecutori materiali».

La seconda sorpresa della giornata stona con la pomeridiana decisione della Cassazione di lasciare in carcere sia la «mente» Alessandro Marcianò sia il primogenito, arrestato perché considerato l'autista del killer salvo essere poi retrocesso a semplice mandante (pure lui) per assoluta mancanza di prove. Stona perché proprio la Suprema corte, annullando il primo provvedimento del Riesame, aveva palesato severe perplessità sulle dichiarazioni ondivaghe del pentito Domenico Novella che «al cento per cento» identificava nel solo Alessandro Marcianò la «mente» del delitto che i pm ora cercano altrove.

Seguendo l'ondivago collaborante arriviamo alla terza, clamorosa, sorpresa. A margine dell'udienza la difesa ha fatto il punto su un vero e proprio giallo delle indagini: quello degli squilli telefonici, dalla durata di un secondo, inviati da due apparecchi cellulari intestati a un nominativo straniero alquanto sospetto. Se ne fa chiaramente cenno in un’informativa del tenente Michele Cannizzaro del Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dove si dice che a proposito della «singolare attività telefonica delle utenze indicate» alle ore 17.12, 17.13, 17.15, 17.17, 17.19 e 17.20 due telefonini acquistati a Isola Capo Rizzuto da un fantomatico cittadino ungherese residente nella lontana Tropea, nell’immediatezza dell’agguato si contattano in modo singolare: reciprocamente, a brevi intervalli, fanno partire uno squillo. Nessuna risposta, l'ipotesi è che siano segnali convenzionali per l'agguato. In questo cupo scenario si inserisce la vicenda - raccontata dal foglio locale Il Dibattito - di tal Florentin Varvaruc, scomparso subito dopo il delitto. Varvaruc sarebbe il fratello della fidanzata di quel superpentito Novella che alle ore 17.09 del pomeriggio del delitto telefonò anche a un altro, misterioso, cittadino dell'Est. Novella di tali contatti non parla, dove portino questi incroci sarà il processo, con i suoi oltre 300 testimoni chiamati a deporre, a stabilirlo.