«Fortugno? È stato scaricato da qualcuno vicino a lui»

nostro inviato a Locri
Medico illustre, docente universitario, ex assessore alla Sanità regionale, figura storica del centrodestra calabrese, Giovanni Filocamo ad oggi è l’unico indagato «eccellente» nelle indagini sui mandanti politici del delitto Fortugno che un po’ tutti pensano esser maturato nel centrosinistra. Il nome dell’ex parlamentare di Forza Italia compare in una scoppiettante inchiesta sulla Sanità della procura di Catanzaro, che adesso aspira a ritagliarsi un autonomo spazio nel procedimento sull’omicidio, che a Reggio Calabria sembra invece puntare più su committenti eccellenti dell’altra sponda politica. Il professor Filocamo rivendica le sue battaglie politiche contro l’ex vicepresidente del Consiglio regionale ma attacca chi prova a farlo passare come «nemico pubblico numero uno» del defunto esponente della Margherita. A cominciare da Maria Grazia Laganà, la vedova, che ha parlato di esposti del marito cui nessuno ha mai dato seguito fors’anche per imprecisate coperture istituzionali (Filocamo è parente di un importante magistrato). L’ex parlamentare è indagato per la vicenda dell’istituzione del reparto di Medicina d’urgenza a Locri affidato al professor Luigi Giugno, una nomina fortemente osteggiata da Francesco Fortugno, all’epoca responsabile del Pronto Soccorso. «Cosa c’entra la situazione del 2000 con questo orrendo delitto politico-mafioso, io ancora lo devo capire» esordisce Filocamo.
Eppure il suo nome, indirettamente, è stato accostato alle indagini sui possibili mandanti eccellenti...
«Ero un avversario politico di Franco, non un suo nemico personale. Anche all’interno del suo stesso schieramento - come certe intercettazioni stanno a dimostrarlo - Fortugno aveva persone che non la pensavano come lui. È normale. Meno normale è che si usino fatti minori accaduti sei anni prima per risalire ai mandanti di un delitto dichiaratamente politico».
Cose le viene contestato in sostanza?
«Di aver favorito il professor Giugno, quando invece mi limitai a dare attuazione a un sentenza del giudice del tribunale del Lavoro di Locri che imponeva il reintegro di questo medico. Fortugno si sentiva penalizzato dalla decisione, se la prese con me e sbagliò perché utilizzò il suo ruolo politico per interessi personali. E poi...»
Dica.
«Io ho speso una vita per portare la medicina a Locri, non ci sto a passare per il Grande Vecchio delle cosche. Tutti sanno che Fortugno è stato assunto quando il suocero, potentissimo esponente democristiano, era amministratore della struttura. Se, come leggo dai giornali, c’è qualcosa che non va nella Asl di Locri non è a me che si devono imputare situazioni strane. Io solo un anno sono stato direttore generale. Le famigerate assunzioni le facevano altri, tra cui il comitato di gestione in cui il suocero di Fortugno era pure amministratore. Per quanto mi riguarda ho fatto un concorso alla signora Laganà e al fratello, ed entrambi sono stati presi. All’ospedale lavorano anche cugini, nipoti, parenti vari di Fortugno e della Laganà. Ho avuto l’ardire di oppormi per motivi di opportunità alla nomina del padre della Laganà, nel 2004, quale componente del collegio sindacale, perché ritenevo che vi fosse un conflitto d’interessi grande così. L’ho fatto presente pubblicamente, all’epoca, ma non ce n’è traccia nella relazione ministeriale sulla Asl di Locri dove, stranamente, non si fa mai cenno alla signora Laganà, al padre, allo stesso Fortugno. Una domanda: si sa chi ha assunto Alessandro Marcianò, il presunto mandante dell’omicidio che lavorava fianco a fianco alla vedova nella direzione sanitaria? E gli altri parenti dei boss? Io no. Qualcuno ha detto che fino al mio arrivo, la Asl di Locri lavorava essenzialmente in esterno, ma con me il budget degli accreditamenti è stato ridotto del 40 per cento? Perché nessuno lo ricorda?».
Sorpreso dunque dalla sortita giudiziaria della vedova?
«Sorpreso e amareggiato. Ma adesso sono stanco delle menzogne, compresa quella che sarei scappato per non affrontare il Pm. Avevo una sorella molto malata che impediva la mia presenza in procura, adesso però sono prontissimo a parlare col magistrato, e non solo quello di Catanzaro».
Secondo lei chi ha ucciso Fortugno?
«Se, come ha scritto più d’uno, Fortugno in campagna elettorale si presentava come futuro assessore alla Sanità, e non era nei patti, questo può essergli costato caro. La mafia in queste zone è fortissima e sulla sanità ci punta sempre parecchio: per evitarla bisogna cacciare via i suoi emissari, non scendere mai a compromessi. L’omicidio di Franco ha i connotati chiarissimi del delitto politico-mafioso. A me non hanno sparato perché facevo le cose regolari, e se è capitato a Franco, che mafioso certamente non era, vuol dire che qualcuno a lui vicino a un certo punto ha capito che non c’era più altro da fare che girarsi dall’altra parte e lasciar fare il killer».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it