«La fortuna di essere stati terra di soldati e caserme»

Oggi Ivano Benvenuti è il presidente della Confcooperative del Friuli-Venezia Giulia. «Confederazione bianca, non rossa», tiene a precisare. Ma all’epoca del terremoto, a solo 32 anni, era da sei mesi sindaco di Gemona, che sarebbe diventata il tragico simbolo del terremoto. Guidava una giunta Dc, Psdi, Movimento Friuli, e proprio quella sera del 6 maggio ’76 era in Municipio per una riunione dei capigruppo.
Quando ci fu la scossa lei che fece?
«Prima di quella distruttiva ce n’era stata un’altra, che aveva spaventato i presenti. Io riuscii a calmarli, a dire di non allarmarsi e che era meglio non precipitarci in strada. E infatti, così ci salvammo tutti».
Perché, ce lo spiega?
«Perché il crollo delle case del centro, affacciate su stretti vicoli, non lasciò scampo a chi era fuggito in strada».
Quale fu la sua prima decisione?
«Coordinare gli interventi di emergenza viva, andando a cercare i superstiti. E parallelamente dare conforto e sistemazioni provvisorie. Anche noi lavoravamo in una tenda in municipio».
Fortunatamente allora il Friuli era terra di caserme...
«A Gemona c’erano la caserma Goi degli alpini, il Genio Pionieri e il Comando dell’Artiglieria di montagna. E nonostante alla Goi ci fossero stati 28 morti, i superstiti si misero subito a disposizione».
Qual è stato il segreto della ricostruzione friulana?
«Una combinazione tra la grande solidarietà giunta da tutti quei Paesi dove i nostri emigranti si erano fatti onore e l’unitarietà politica nazionale che ha capito e messo a disposizione le risorse necessarie».
Più, mi consenta il ricordo, un grande presidente della Regione e uno straordinario Commissario.
«Certo, l’avvocato Antonio Comelli è stato una figura emblematica di amministratore locale. E l’onorevole Zamberletti un grande stratega e comandante in capo delle operazioni per l’emergenza».