La forza di cambiare

Nell'ultimo scorcio dell'anno appena finito si sono sciolti con decisione ed esemplare rapidità alcuni nodi di grande importanza per l'economia italiana. Primo fra tutti, all'interno della riforma per la tutela del risparmio, la decisiva nomina del Governatore della Banca d'Italia secondo nuove regole di scadenza, collegialità e trasparenza. Mario Draghi ha di fronte enormi compiti di modernizzazione all'interno, di rilancio del prestigio e della credibilità della Banca, quindi della nostra economia nell'orizzonte europeo e mondiale. Ma ha alle spalle, con il suo stesso prestigio e l'indiscussa competenza, un consenso unanime.
Nel giro di pochissimi giorni è stata approvata la Finanziaria per il 2006, passata da 11,5 miliardi di euro come pura correzione dei nostri conti pubblici a 27,5. Il punto essenziale è che, come il governo aveva promesso, non è una Finanziaria elettorale, bensì di rigore. Non c'è stato (o è stato fermamente respinto) l'assalto alla diligenza che si scatena ogni anno da che esiste questa legge e che in una stagione elettorale come quella a cavallo fra il 2005 e il 2006 avrebbe potuto essere devastante. È una prova, peraltro necessaria, di forte senso di responsabilità politica e di affidabilità per il futuro che già scorre davanti ai nostri occhi. Anche i commentatori più superciliosi, diciamo pure sprezzanti, hanno dovuto riconoscere al ministro Tremonti fermezza ed efficacia nelle scelte (ad esempio la riduzione degli oneri sul costo del lavoro per le imprese).
Ma non basta. Con grande rapidità sono state varate anche importanti riforme giuridiche riguardanti problemi cruciali dell'economia, irrisolti da lunghissimo tempo: quella sia pure parziale del processo civile e quella del fallimento. Tutti impulsi alla modernizzazione del nostro sistema, mediante cambiamenti strutturali (in questi casi istituzionali) sempre più necessari e di lunga lena per la competitività e la crescita. Con queste riforme si punta a rendere più celeri i procedimenti della giustizia civile, ad elevare i recuperi dei crediti, a rendere più snelle le procedure: tutte pesantissime palle al piede per l'impresa e il cittadino, più in generale per l'intero «sistema Italia».
Se guardiamo adesso alle prospettive economiche per il 2006 dobbiamo tener conto con altrettanta consapevolezza e lungimiranza che la ripresa della crescita dipenderà proprio da fattori strutturali e non congiunturali, di lungo e non di breve periodo. Cioè dai cambiamenti e dalle riforme alle quali si sta mettendo e si dovrà metter mano con continuità sempre più incisiva. Non c'è da stupirsi se le previsioni per il nuovo anno sul tasso di crescita del reddito, sebbene migliori del probabile risultato del 2005, sono relativamente modeste e ancora inferiori alla già insufficiente media europea. L'Italia è, in questo senso, tutta un cantiere aperto per una modernizzazione e un'infinità di cambiamenti non più rinviabili. Si tratta di una vera e propria ristrutturazione, necessaria da almeno venti o trent'anni - più trenta che venti! - mai affrontata a fondo ed ora ineludibile: non di una manutenzione straordinaria e tanto meno ordinaria per un sistema che richieda un semplice «tagliando» di verifica.
È però molto importante che intanto l'occupazione continui a superare il tasso di crescita del Pil, per effetto delle riforme del mercato del lavoro. Il rovescio della medaglia della maggior flessibilità legata ai contratti part-time sta forse in una forte caduta dell'aumento della produttività del lavoro, che pesa sull'efficienza dei fattori della produzione e conferma le radici strutturali della lenta crescita economica italiana. L'inflazione, ancor più che dalle impennate dei prezzi del greggio, dipende dalle inefficienze del settore distribuivo e potrebbe essere aggravata dalla ripresa di pressioni salariali. Ma conterà soprattutto la capacità e la volontà di perseguire, anzi proseguire, una ferma strategia a lungo termine per le riforme strutturali e per un equilibrio dei conti pubblici altrettanto strutturale. È una marcia difficile, inevitabilmente lunga, ma è l'unica che può garantire uno scenario di crescita sostenuta per il futuro. Non va interrotta, va completata. Il senso di responsabilità del governo, l'accelerazione impressa in queste direzioni negli ultimi giorni dell'anno scorso sono il miglior segnale di fiducia trasmesso al 2006.