La forza dei fatti per rispondere alla piazza di Prodi

Pietro Mancini

Alla manifestazione della macchina da guerra unionista di piazza del Popolo, la Cdl risponda, ritrovando, in Parlamento e nel Paese, la coesione e concludendo, finalmente, la fase delle polemiche, delle prove tecniche di ribaltoni, delle inopportune, e scarsamente condivise, nostalgie per il passato. La ricerca, legittima, della visibilità, per il proprio cespuglio, non può e non deve indurre i capi dell’Udc a trascurare la salute e la crescita dell’albero del centro-destra. E, fuor di metafora, oggi, sono destinati a perdere quei politici, pensosi unicamente degli equilibri interni, degli intrighi tra le componenti del partito e dell’alleanza, ma incapaci di prospettare agli elettori proposte credibili e convincenti sui problemi reali del Paese. E, nel comizio di Prodi, sempre più pesantemente condizionato dalle fumose, astratte e irrealizzabili proposte di Bertinotti e dai settori estremisti della coalizione, che è sembrata, a quanti l’hanno seguita dagli schermi adoranti di tele-Kabul, un’arringa grondante catastrofismo sulle prospettive del Paese e invettive anti Berlusconi, non c’era traccia di ricette nuove e convincenti, al di là dei soliti slogan. Quello sulla necessità, sacrosanta, di non separare la politica dall’etica, di nominare nelle aziende sanitarie persone competenti, e non “compagnucci del quartierino rosso”, era, forse, indirizzato ai Ds della Campania, che si stanno dilaniando sulla questione morale e sul “bassolinismo”.
Anche dalla sfilata romana delle truppe, tutt’altro che coese, del Professore, viene, per Follini, un monito a meglio definire il ruolo dell’Udc, nel panorama politico bipolare, da correggere ma non da stravolgere. Ruolo che, nell’ambito del patto di lealtà con gli alleati della Cdl - da non rompere, bensì da rafforzare, come dovrebbero fare, nel loro imminente congresso, anche De Michelis e i socialisti del Nuovo Psi - potrebbe diventare, da oggi in poi, tutt’altro che secondario. Nel momento in cui il Professore, da manager lottizzato, da don Ciriaco da Nusco, di quel carrozzone chiamato Iri, si trasforma in un incendiario Prodinotti, che urla in piazza contro tutto e tutti, Romano è ormai destinato ad alienare all’Unione i consensi degli elettori moderati, ai quali dovrebbero rivolgersi, parlando il linguaggio, tranquillo e costruttivo, della ragionevolezza, in primis, i dirigenti della Unione di centro di Casini e Follini.
E delle recenti, pelose offerte di inciuci e di desistenze, lanciate all’Udc dalle ammalianti sirene diessine e rutelliane, Follini dovrebbe diffidare, e non in misura lieve, così come delle interessate difese della stampa filo-prodiana. I leader e gli osservatori del centro-sinistra ci hanno, infatti, ormai abituato alle piroette, nei giudizi sugli avversari, usando come metro soltanto la convenienza politica per le sorti della macchina da guerra progressista. Se non ci crede, Follini chieda lumi a Casini, che è stato definito da D’Alema, imitato subito da Prodi e dal direttore della Repubblica, il «regista di un colpo di mano» sulla riforma della legge elettorale. Eppure, soltanto l’11 settembre scorso, non un anno fa, il presidente dei Ds blandiva il numero uno di Montecitorio, sentenziando: «Sarebbe un bene per il Paese, se avessimo una destra di tipo europeo, guidata da un uomo come Casini». E, dunque, anche il giovane e ambizioso Follini, oggi elogiato per esser finito sul presunto «libro nero del Cavaliere», rischia, più rapidamente di quanto pensa, di vedersi azzerato, a sinistra, quel credito «democratico», che ha guadagnato, negli ultimi mesi, come protagonista di sterili, ma logoranti, sfide, nel centro-destra, alla leadership di Silvio Berlusconi. Pertanto, alla luce della svolta massimalista dell’Ulivo di piazza del neo capo-popolo Prodi, l’attuale maggioranza risponda, da forza matura e tranquilla, facendosi carico, con senso di responsabilità, delle richieste della maggioranza, silenziosa ma non indifferente e assente, del Paese. Che lavora, vuole progredire, guarda a Londra e a Washington e non alla “resistenza irachena”, non scende in piazza accanto al Professore, a Casarini e a Scalfarotto, ma si attende risposte adeguate ai difficili, ma non irrisolvibili, problemi del Paese.