La forza dei petrorubli

Tornano nei cieli le pattuglie della Guerra Fredda. Bombardieri russi, adesso. Sono spuntati negli ultimi giorni ai quattro angoli del pianeta, dal Polo Nord ai Mari del Sud. I piloti si scambiano sorrisi con il «nemico», i governi sperimentano nuovi temi di una tensione che può essere nuova ma anche la ripresa di quella vecchia. Un generale di Mosca racconta che i piloti dei bombardieri russi sul Pacifico si sono fatti ciao ciao con la manina con i top gun americani che si erano levati a «intercettarli» dalle parti dell’isola di Guam.
Casa Bianca e Cremlino scherzano meno, o almeno in altro modo. Putin dà il massimo rilievo possibile alla «novità», cioè al ritorno a una lunga abitudine che il mondo fino a qualche tempo fa poteva permettersi di dimenticare. Ha annunciato la ripresa dei «voli strategici», che Mosca aveva interrotto nel 1992 poco dopo la scomparsa dell’Urss e la rinascita della Russia dalle sue ceneri. Lo ha fatto in una cornice scelta accuratamente, una città degli Urali del Sud dove era in corso una «esercitazione antiterrorismo» con la partecipazione di «quattro Paesi dell’Asia Centrale» e, più significativo, la Cina. L’Iran si è fatto vivo subito dopo per annunciare la propria disponibilità a questa o a qualunque altra iniziativa che suoni antiamericana. In questo caso, presumibilmente, l’offerta cadrà nel vuoto: Putin si riferisce unicamente agli interessi nazionali russi, come fa da tempo, soprattutto da quando Washington ha lanciato il progetto di uno scudo antimissilistico alle sue frontiere. «Avevamo sospeso questi voli unilateralmente, ma purtroppo non tutti hanno seguito il nostro esempio e la sicurezza nazionale ci impone ora di riprenderli». Dimostrativamente, un po’ ovunque, tranne che, almeno per ora, in Europa, per motivi di opportunità politica, ma anche perché al Cremlino interessa soprattutto, in questo momento, «mostrare i muscoli» in Asia.
L'amministrazione Bush reagisce, sempre per ora, in modo singolare, impensabile ai tempi della vera Guerra Fredda, quando ogni mossa dell’avversario faceva scattare segnali di allarme. Stavolta la Casa Bianca preferisce minimizzare, ridimensionare e servirsi, semmai, dell’arma del sarcasmo. Washington nega che ci siano pericoli, ricorda che «le nostre relazioni con la Russia non sono come quelle che avevamo con l’Unione Sovietica» e ricorda, in tono accondiscendente, che quegli aerei sono ormai dei ferri vecchi. «Se i russi hanno voglia di tirarli fuori dalla naftalina e farli di nuovo volare, sono affari loro».
Gli americani ricordano anche che uno dei motivi della decisione di Mosca di quindici anni fa (c’era Eltsin al Cremlino) di sospendere i voli strategici fu che «non poteva più permettersi i costi della benzina». Mosca potrebbe far presente che adesso le casse dello Stato russo sono piene di petrodollari, petroeuro e, ormai, petrorubli.