Forza Italia e la nostalgia dell’ex

Fabrizio Cicchitto*

A Gubbio il Presidente Silvio Berlusconi ha così definito l’identità di Forza Italia: cristiana, occidentale, liberale, laica. Condivido il senso profondo di questa definizione. A mio avviso vale per i giorni nostri - nei quali l’Occidente deve fare i conti su tutti i terreni con la «guerra di civiltà» portata avanti dal fondamentalismo islamico - quello che è già accaduto nel XX secolo, quando le forze liberal-democratiche si sono dovute misurare con i due totalitarismi che hanno insanguinato il mondo, cioè il nazismo e il comunismo. Allora, le culture che hanno «armato» i cervelli di coloro che nel XX secolo si sono battuti per la libertà sono state più di una: la cultura cattolica, la cultura laica, la cultura riformista o liberalsocialista. A voler essere precisi, bisogna ricordare che a svolgere questo ruolo positivo non sono state nemmeno queste culture nel loro complesso: nella cultura cattolica a impegnarsi in queste battaglie è stato il filone cattolico-liberale e cattolico-sociale, certamente non quello clerico-fascista né quello catto-comunista; così per quello che riguarda la cultura liberale la componente conservatrice di essa fu invece risucchiata nella subalternità al fascismo; così c’è stato uno spezzone del liberalsocialismo che ha fatto da compagno di strada al comunismo (in Italia gran parte dell’azionismo).
A mio avviso, queste tre tendenze culturali che hanno in comune il valore della libertà (della libertà dell’individuo o della persona, della libertà nello Stato e della libertà dallo Stato) - e che hanno anche delle differenze (ad esempio sulla bioetica) esprimono il massimo di identità di un Occidente che per definizione e per proprio valore è pluralista e non è monoculturale. Questo pluralismo favorisce il massimo di alternatività al fondamentalismo islamico perché è di per sé un valore rispetto al disvalore dell’intolleranza fanatica. In questo quadro è evidente il ruolo positivo che svolge la cultura cristiana, ma sarebbe un errore insieme culturale e politico quello di contrapporre al fondamentalismo islamico una versione integralista del cristianesimo. Queste considerazioni hanno anche una traduzione storico-politica più immediata. Nel 1994, quando ha fondato Forza Italia, Berlusconi ha consapevolmente fatto la scelta di aggregare in Forza Italia tutti i «liberali», cioè i cattolici-liberali, i liberali tout court, i liberalsocialisti, superando uno storico steccato. In ogni caso a questo tipo di pluralismo culturale deve anche corrispondere l’interclassismo dal punto di vista sociale: pluralismo culturale e interclassismo sociale si intrecciano. Forza Italia supera largamente il 20% perché tra i suoi elettori c’è anche un’area molto vasta di lavoratori dipendenti.
Detto questo, c’è da aggiungere che questo pluralismo non si può e non si deve neanche tradurre nella nostalgia dell’ex (l’ex democristiano, l’ex liberale, l’ex socialista).
È nell’ordine normale delle cose, anzi è un fatto positivo, che ognuno mantenga il proprio retroterra culturale e lo traduca sul terreno dell’elaborazione storico-politica e programmatica o nell’esercizio della libertà di coscienza (che però deve riguardare scelte etiche di fondo, non concrete scelte politiche). Bisogna evitare, però, che questa eventuale «nostalgia» dell’ex si traduca addirittura nell’intenzione di considerare transeunte l’esperienza di Forza Italia e di ritenere che l’obiettivo debba essere quello - superata questa lunga transizione - di riesumare la Dc e il Psi. Non c’è dubbio che la storia della Seconda Repubblica è tutt'altro che brillante, ma comunque la prima è finita e non può essere riproposta se non per operazioni lillipuziane e di piccolo cabotaggio.
A tutto ciò bisogna aggiungere il fatto che sempre più le nuove generazioni si sentono lontane dalle culture politiche «storiche». Il problema, allora, è di proporre alle nuove generazioni una cultura politica del centrodestra segnata anche da rilevanti novità, per evitare che esse non abbiano nessuna cultura politica autonoma e che quindi di conseguenza vengano attratte da quel «miscuglio», da quel meticciato di tanti materiali mediatici che è il terreno di cultura del veltronismo, paradossale malattia terminale del partito che ancora non c’è: il Partito democratico.
*vicecoordinatore nazionale di Forza Italia