Forza Italia: ultima chiamata per Fini

Gli azzurri affidano al <em>Giornale</em> la replica alle dichiarazioni con cui il presidente di An accusa Berlusconi di voler riportare la politica alla prima Repubblica: &quot;Basta contrapposizioni, il futuro è insieme&quot;

Sandro Bondi - Fabrizio Cicchitto

Purtroppo l’onorevole Gianfranco Fini nella sua intervista al quotidiano Libero fa una ricostruzione mistificata della realtà sia per ciò che riguarda il passato che per ciò che riguarda il presente. Nel passato, il presidente Berlusconi ha sempre svolto un ruolo primario nella costruzione dello schieramento di centrodestra, da quando appoggiò Fini al Comune di Roma, alla doppia alleanza nel 1994 con la Lega al Nord e con An al Sud, al Polo della libertà nel 1996 e alla Casa delle libertà nel 2001. Non altrettanto può dirsi di Fini e di An. Proprio da Fini, infatti, furono imposte all'intera Casa delle libertà una serie di mosse politiche controproducenti, dall’astensione nella fiducia al governo Dini, al rifiuto di formare il governo Maccanico, fino all'iniziativa del cosiddetto «Elefantino».

Anche l'esperienza del governo Berlusconi dal 2001 al 2006 fu contrassegnata da una serie di distinzioni di An, dalla richiesta delle dimissioni di Giulio Tremonti, alla cabina di regia, alla ripetuta richiesta di verifiche, alla contestazione della riduzione dell'Irpef, fino alla dissennata scelta di andare alle elezioni con le cosiddette tre punte e divisi sui candidati all’estero. Su questi ultimi nodi politici, e non su altri, si è arenato il progetto del Partito Unitario, inizialmente sottoscritto nel novembre del 2005 da tutti i componenti della Casa delle libertà. Dopo le vicende elettorali, l'Udc per bocca del suo leader ha ripetutamente dichiarato finita l'esperienza della Casa delle libertà. Il presidente Berlusconi ha dovuto rinunciare a convocare un vertice per non rendere ufficiale e definitiva la perdita dell'Udc.

Abbiamo tentato anche di dar vita ad una federazione di tutti i partiti del centrodestra, ma due partiti hanno negato la loro adesione anche per l'Officina, organismo per l'aggiornamento del programma elettorale, e non è stato possibile avere i delegati di tutti i partiti. Ancora: il doveroso tentativo del presidente Berlusconi di far cadere il governo Prodi in Parlamento, è stato considerato con un misto di ironia e di sufficienza, fino a far trapelare, prima ancora di conoscere l'esito del voto sulla finanziaria, la volontà di addossare a Berlusconi la responsabilità della mancata caduta del governo e l'apertura di conseguenza di una fase politica nuova fra i partiti dell’opposizione. Il 16 novembre scorso, inoltre, l'onorevole Fini sul Corriere della Sera e su La Repubblica ha proposto di aprire un confronto con Veltroni sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale, sostenendo che solo quando sarebbe stata approvata una nuova legge elettorale il governo Prodi sarebbe caduto. Non si capisce perché, allora, se il dialogo col centrosinistra lo propone Fini è un atto di responsabilità, e se invece lo porta avanti in prima persona il leader del partito di maggioranza relativa è una scorrettezza nei confronti degli altri partiti del centrodestra.

E ci chiediamo ancora per quale ragione, se dovesse passare il referendum ci troveremmo di fronte al rafforzamento del bipolarismo, mentre, al contrario, se dovesse partire un confronto sulla legge elettorale, che eviti le coalizioni forzose con l'introduzione di una soglia di sbarramento - che favorirebbe tra l'altro anche un partito delle dimensioni di Alleanza nazionale -, ci troveremmo di fronte a una legge truffa. Il referendum, che Fini ha appoggiato con convinzione, va infatti nella stessa direzione. Perciò la tesi sostenuta dall'onorevole Fini secondo cui il negoziato Veltroni-Berlusconi sulla nuova legge elettorale ci farebbe tornare alla prima Repubblica è infondata oltreché chiaramente propagandistica. Lo scopo infatti è quello di rifondare il bipolarismo su basi più omogenee, non di eliminarlo.

La legge elettorale su modello spagnolo consentirebbe un'alternanza più razionale dell'attuale. In quell’ipotesi la Lega, An e l'Udc sarebbero gli alleati naturali di Forza Italia e del Popolo della libertà. Per quanto riguarda il nuovo movimento del Popolo della libertà, esso è aperto principalmente al concorso degli amici di An, dell’Udc e delle altre forze politiche di centrodestra, e all’apporto nuovo di associazioni, di circoli della società civile e di personalità rappresentative della società italiana. E, naturalmente, tutto della nuova forza politica va definito con il concorso di tutti: dalla Carta dei valori al programma, alle regole, allo statuto, sempre nell'ambito di una consonanza con il Partito popolare europeo e dell'esperienza di governo della Casa delle libertà. Comunque, lo ripetiamo, se non sarà possibile concorrere insieme alla nascita del nuovo grande movimento di tutti i moderati e liberali italiani, che rappresenti in Italia il corrispettivo del Partito popolare europeo, consideriamo indispensabile mantenere un rapporto di alleanza fra tutti i partiti del centro destra. Tutto ciò vale per chiarire alcuni aspetti del passato e del presente.

Quanto poi all'ipotesi, enunciata dallo stesso onorevole Fini, che An possa partecipare all'operazione che va sotto il nome di «Cosa bianca», essa ci sembra una iniziativa ancora più bizzarra di quella che è andata sotto il nome di «Elefantino». Il tratto distintivo di questa operazione sarebbe soltanto la sua contrapposizione al presidente Berlusconi e a Forza Italia, e potrebbe concretizzarsi solo nel costituire un secondo forno a disposizione del Partito democratico. In questo caso, che non crediamo possa realizzarsi, saremmo obbligati ad appellarci a tutti i militanti e gli elettori del centrodestra perché convergano nel Popolo della libertà, da costruire insieme, come alternativa al Partito democratico e ai suoi eventuali nuovi alleati.

*Coordinatore e Vicecoordinatore di Forza Italia