FORZA RAGAZZI

L’Italia arriva in Germania col peso dello scandalo e l’incertezza sulle condizioni di alcuni giocatori fondamentali. Ma ha già raggiunto un risultato: compattare juventini e milanisti

Franco Ordine

Mai visto, dalle nostre parti, uno scandalo così inquietante. Mai visto, dalle nostre parti, un mondiale preparato in condizioni così precarie e con un deficit mortificante di immagine che ha già procurato i primi danni e lasciato sul campo le prime vittime. Basterà, nei prossimi giorni, dare un’occhiata nei dintorni della residenza spartana scelta da Lippi e dal club Italia a Duisburg per capirne la portata: molti sponsor e fornitori ufficiali hanno improvvisamente ridotto il budget destinato alla manifestazione e disdetto prenotazioni d’alberghi; la famosa casa Italia, centro di accoglienza per giornalisti, ospiti, e ritrovo per dirigenti e vip, è stata ridotta all’essenziale. Chiusi alcuni stand destinati alla sfilata dei marchi. L’abbinamento calcio italiano-italian style, di questi tempi, non offre il consueto lustro. Neanche le notizie provenienti da Coverciano sembrano di segno positivo. Nesta è in dubbio per il Ghana, Zambrotta sicuramente fuori, Totti legato al terno secco di un recupero che non può e non deve risultare affrettato se si vuole spalmare il suo talento sul resto del torneo iridato.
In un panorama deprimente, come il clima apparecchiato dal meteo tedesco, si colgono solo un paio di elementi favorevoli, provenienti dalle viscere della Nazionale. Il primo attiene ai rapporti tra le due delegazioni più numerose, i 5 juventini e i 5 milanisti, che non si sono mai guardati in cagnesco anche se in pubblico, e in privato, hanno ripetuto, con feroce orgoglio, le loro tesi e i loro opposti giudizi su Moggiopoli. Ha sorvegliato con la sua proverbiale abilità quel prezioso dirigente che risponde al nome di Gigi Riva. Aver cementato il gruppo, nonostante le cadenze serrate dello scandalo, convocazioni, interrogatori e dettagli deplorevoli, è stato anche il primo successo vantato da Marcello Lippi.
Il secondo risultato, il gruppo da fondere in una squadra, deve ancora venir fuori e attiene alla tenuta morale della squadra. «Ricordatevi, siamo in volo senza paracadute» ama ripetere il ct ai suoi e la frase è fatta su misura per l’occasione. Qui contano le motivazioni, le risposte da dare sul campo, le spinte che pure sono grandi. Cannavaro, nel centro del mirino, ha già fornito risposte tranquillizzanti, Buffon deve uscire dal cono d’ombra e rimettersi in traiettoria, il resto del team può guardare a uno dei leader inattesi della Nazionale, Gattuso, testa bassa e sudare, per capire la strada da battere.
L’Italia e Lippi lo sanno bene: non avranno il minimo aiuto dagli organizzatori e dagli arbitri. Al primo errore, alla prima reazione scomposta, alla prima protesta sproporzionata, pagheranno pegno. Accadde anche all’Italia di Sacchi, nel ’94 (leggi l’espulsione di Zola contro la Nigeria e l’incidente a Baresi, menisco, alla seconda contro la Norvegia), eppure riuscì a tirarsi via dai guai e a prenotare una finale inattesa. I miracoli non si ripetono, nel calcio come nella vita. Questa volta, per disputare un mondiale onorevole (uscire tra i quarti e le semifinali), è indispensabile avere da tutti il massimo del proprio rendimento. Dentro e fuori dal campo. Totti compreso. Che resta il pendolo dell’Italia. Se batte in orario, può trascinare una squadra di medio calibro lontano, molto lontano. Se batte in ritardo, meglio non disfare le valigie.