Le foto dell’album dei ricordi: se il fascino è figlio dell’imprevisto

Ci siamo, è iniziata la ventinovesima edizione dei Giochi olimpici. Ora, finita l’interminabile attesa, iniziata mesi fa, che comincino le danze: in campo i migliori atleti del mondo pronti ad offrire prestazioni, record e spettacolo.
Gli organizzatori sono sempre sotto pressione per far funzionare tutto in modo perfetto, come il meccanismo di un orologio svizzero: ma non tutte le ciambelle riescono col buco e perfino i cinesi, «perfettini» sino alla paranoia, hanno pensato a tutto, ma non possono evitare gli imprevisti.
L’errore, la sfortuna, la casualità sono sempre dietro l’angolo. Lo sappiamo noi, sportivi passivi davanti alla televisione: basta andare un attimo in bagno, e ci si perde il nuovo primato del mondo dei 100 metri; basta che un amico passi davanti allo schermo al momento sbagliato, e ti perdi il gol più bello del torneo.
E se lo sappiamo noi, figuratevi se non ne sono consci gli atleti. Si preparano per anni a questa manifestazione, si allenano duramente sognando il podio e la medaglia al collo e poi si ritrovano faccia a terra. L’Olimpiade come metafora della vita: non può andare sempre tutto bene, anche se hai fatto del tuo meglio per far sì che fosse così.
È il caso di Mary Decker che a Los Angeles 1984 si presenta con i favori del pronostico, ma ancora oggi non sa come abbia fatto a perdere tutto.
Che dire invece di Gail Devers, una storia simile a quella precedente, ma per certi versi più clamorosa perché puntava a un record mondiale: ha ottenuto solo l’eterno bollino di atleta più sfortunata dell’edizione 1992 a Barcellona.
Poi ci sono personaggi come Gabriella Andersen-Schiess che pur di tagliare il traguardo rischia il collasso o chi invece, come Fred Lorz, approfitta di un passaggio per completare la maratona: due facce della stessa medaglia. E non certo quella d’oro.
E bisogna dire grazie a Eric Moussambani che ci fa respirare a pieni polmoni lo spirito dei Giochi: nuotare, nuotare anche se non lo sai fare. Nuotare fino alla fine della vasca, per onorare lo sport. E chissenefrega se poi vieni ricordato come «il peggior nuotatore del mondo».
Ma se l’Olimpiade attrae tanto è anche perché è capace di raccontare storie che vanno oltre il rilievo cronometrico e il risultato sportivo. Racconti olimpici che completano l’evento e ci permettono di superare l’apparenza degli atleti, troppo spesso fatta di sguardi concentrati/assenti e di dichiarazioni banali.
Tra tutti questi racconti, abbiamo selezionato quelli che secondo noi sono i migliori dieci: speriamo di aver fatto centro. Non come Antonio Rebollo, arciere di Barcellona 1992: centrò il bersaglio, ma c’era il trucco.