Fotografarsi per sconfiggere l’angoscia

«Fotofinish», storia di un uomo diverso secondo la coppia Rezza-Mastretta

Viviana Persiani

Per ingannare quella sensazione di solitudine che attanaglia l'essere umano contemporaneo, la creatività della mente umana si ritrova ad escogitare rimedi cercando un po' di luce in quel tunnel oscuro che avvolge la sua anima. Devastato da una condizione il più delle volte non così astratta, ma tangibilmente drammatica, l'uomo ricerca instancabilmente una via d'uscita.
Il protagonista di Fotofinish, spettacolo in scena al Teatro Out Off, ha scovato la soluzione, la scorciatoia per sfuggire alla solitudine che gli permette di sentirsi sempre in compagnia e circondato da una folla sempre più folta. Spettacolo conclusivo della rassegna dedicata alla coppia di creativi Antonio Rezza-Flavia Mastrella, anche Fotofinish è una simbiosi di arte, scultura, performance corporee, teatro.
Cos'è Fotofinish?
«Rispettando il nostro stile - racconta Rezza, nei panni del protagonista - questo lavoro è la storia di un fotografo che, in uno spazio immaginario tutto bianco, avvolto da elementi scultorei si muove, corre e come una particella impazzita non si dà mai pace, esasperando il suo stato di continuo moto».
Cosa rappresentano le sculture?
«Firmate da Flavia Mastrella con la quale lavoro, le sculture sono accenni di ambiguità di forme, un microcosmo strapazzato continuamente dal fotografo, un universo di grande impatto visivo, ma anche di contenuti».
Qual è l'angoscia del protagonista?
«Il protagonista rappresenta l'uomo del giorno d'oggi, malato di solitudine che assume il nuovo e moderno aspetto ella disperazione. Ecco perché comincia così a fotografare se stesso e riproducendo continuamente la sua figura inflazionandola, diventa l'immaginario comandante di se stesso».
Che ruolo ha la parola in questa sua performance?
«Avvalendoci del processo di sintesi, bruciamo le idee sintetizzandole. In un'ora e mezza di spettacolo diciamo poche parole, ma pregne di significato che solo sviluppandone i concetti si potrebbe allestire uno spettacolo di dieci ore».
Invece, qual è la funzione del pubblico?
«Per me e Flavia il nostro pubblico è l'ultimo anello di una catena, la prosecuzione del mio corpo che si muove sulla scena. Infatti, come in una catena alimentare, Flavia produce del materiale, io lo elaboro fisicamente e la platea la assume; solo dopo averla degustata. digerita, assorbita lo spettatore è felice. Le nostre performance, infatti, rappresentano continue e intense sollecitazioni di parole, contenuti e forme che nella memoria del pubblico continuano a crescere».