Fragile tregua tra Hamas e al Fatah Ieri a Gaza altri 25 morti e 250 feriti

Accordo tra il presidente palestinese Abu Mazen e il capo degli integralisti Meshaal

A parole son tutti pronti alla tregua, compresi il presidente palestinese Abu Mazen e il capo di Hamas, Khaled Meshaal, che vive in esilio a Damasco. I due hanno concordato ieri un cessate il fuoco, ma nelle strade Hamas e Fatah continuano a spararsi e ad ammazzarsi. Solo ieri i morti della nuova guerra civile palestinese sono stati 25, i feriti abbandonati nelle disastrate corsie degli ospedali di Gaza oltre 250. Quei bilanci da brivido minacciano di svuotare di significato l’incontro dei rappresentanti diplomatici di Stati Uniti, Unione Europea, Nazioni Unite e Russia convocato a Washington dal Segretario di Stato Condoleezza Rice.
Negli intenti del capo della diplomazia americana, la riunione del “Quartetto diplomatico” deve aprire una nuova stagione di negoziati tra Israele e palestinesi e rivitalizzare la moribonda Road Map. «La violenza non deve rallentare il nostro lavoro», sostiene la Rice. Ma chi sarà mai – ribatte qualcuno - la controparte d’Israele? Non di certo Hamas pronta, anche stavolta, a rispondere picche alla nuova richiesta del Quartetto di riconoscere lo Stato ebraico e mettere fine alla lotta armata. Dunque, esaudita per necessità diplomatica quell’ennesima formale richiesta, Condoleezza cerca di convincere Europa, Nazioni Unite e Russia a puntare tutto su Mazen rafforzandolo militarmente, finanziariamente e diplomaticamente.
Il Segretario di Stato vuole convincere l’intero Quartetto a puntare al ridimensionamento di Hamas e a scommettere sul rapido ritorno al potere delle fazione meno radicale. Anche perché la riunione arriva a ridosso dell’inedito incontro a tre che tra breve vedrà assieme Condoleezza Rice, il premier israeliano Ehud Olmert e lo stesso Mazen. A mediare sul posto sono gli egiziani, anche a rischio della propria pelle. A Gaza, ieri, sconosciuti hanno aperto il fuoco sulle auto dei diplomatici del Cairo. Nessun ferito, per fortuna. Spari anche contro la macchina di Abdel Hakim Awad, uno dei portavoce di al Fatah. Ferite tre sue guardie del corpo.
A guardar le cose da Gaza il presidente palestinese non sembra certo vicino alla vittoria finale. La Striscia in queste ore è un’appendice dell’inferno, un lembo di terra desolata battuto dal fuoco di kalashnikov e mortai, diviso dall’odio e dalla paura. La popolazione vive rintanata in cantine e seminterrati. I miliziani mascherati si contendono le strade deserte, si scambiano proiettili e morte. Incominciano all’alba quelli di Fatah. L’obbiettivo è ancora una volta l’Università islamica, la roccaforte fondamentalista. Ma là dentro sono preparati, pronti a difendersi. Gli attaccanti non riescono ad avvicinarsi, non riescono, come giovedì, a penetrare il piazzale dell’istituto. Là, tra i fabbricati dell’enorme comprensorio, secondo le frammentarie informazioni diffuse da Fatah sarebbero stati catturati sette iraniani, un ottavo si sarebbe suicidato.
«Erano consiglieri di Teheran, gente arrivata a Gaza per addestrare Hamas alla guerra chimica», suggeriscono i portavoce di Fatah. In mancanza di nomi, foto o prigionieri da esibire, pochi prendono per oro colato quelle affermazioni. Persino alcuni ufficiali dell’organizzazione fedele al presidente si guardano bene dal confermarla. Gli israeliani pur ribadendo di aver da tempo individuato i canali usati da Teheran per armare e finanziare i gruppi fondamentalisti non si arrischiano a confermare l’infiltrazione iraniana.
La risposta di Hamas intanto non si fa attendere. Attaccano prima una radio e l’abbandonano in fiamme. Poi aprono il fuoco con i mortai su un centro d’addestramento della guardia presidenziale. Una cinquantina di giovanissime reclute, sorprese da quella pioggia di bombe, si accasciano sul piazzale ferite dalle schegge. Mentre gli armati di Fatah circondano il ministero degli Interni, controllato dai fondamentalisti, un commando di Hamas fa secco Abu Awed Salim, comandante dei Servizi d’intelligence del presidente nel nord della Striscia. A morire e a cader feriti non sono solo i combattenti.
E nonostante le incessanti trattative la situazione non sembra migliorare. Almeno non prima dell’incontro di martedì alla Mecca tra Abu Mazen e il capo di Hamas, Khaled Meshaal, voluto dal sovrano saudita re Abdallah per rilanciare i difficili negoziati sulla formazione di un governo d’unità nazionale.