La fragilità di un colpo di pistola

Luigi l'incontrai pochi giorni prima che partisse per Sanremo, si parlò d'un certo progetto in cui volevamo coinvolgere Fabrizio De André e lui era quello di sempre: allegro, ironico, un filino sbruffone come accade ai timidi. «Ci vediamo al mio ritorno», promise. «In bocca al lupo», augurai. Sogghignò: «Macché. Vado al festival perché mi ci mandano, so bene che mi sbatteranno subito fuori. Chissenefrega».
Invece gliene fregò. Entrò in gioco la sua fragilità, Dalida lo convinse che la sua canzone, Ciao amore ciao, era la più bella e non poteva che vincere, sebbene in effetti non fosse granché. «Fu preso a tradimento dalla tensione abnorme che Sanremo scatena, se non sei più che scafato», spiegò Mike Bongiorno. E Tenco, in quel senso, non era scafato per niente. Arrivò sul palco ch'era gonfio di cognac e di eccitanti, cantò come in trance, gli occhi stralunati, la voce che non riusciva a soverchiare l'orchestra. E quando fu, come pure aveva previsto, estromesso dalla finale, si rifugiò nella sua stanza d'albergo, al Savoy. Qui armò la pistola che aveva comprato per difendersi - diceva - da eventuali rapine, e se la puntò alla tempia. Quando Dalida salì nella stanza, lo trovò a terra, coperto di sangue. Sul comodino un biglietto incolpava la giuria che aveva mandato in finale Io tu e le rose, cantata da Orietta Berti, e ripescato La rivoluzione, motivetto cantato da Antoine, ma bocciato il brano di Luigi, che almeno un messaggio lo proponeva: raccontava nostalgie di campagna, fuori dai ritmi convulsi della metropoli. La musica era tolta da un brano scritto da Luigi qualche tempo prima, ispirato alla Spigolatrice di Sapri.
La mattina dopo mi telefonarono dall'Ansa, erano le cinque e l'alba era ancora lontana. Mi dissero: «Su Tenco, prepara cinque cartelle». «Perché?», chiesi. «Non lo sai? Si è sparato». Telefonai a De André, poi a Paoli, che non era a casa e perciò diedi la notizia a sua moglie, Anna. Lei e Fabrizio accorsero a Sanremo, andarono all'obitorio e non trovarono la salma: il commissario Arrigo Molinari, pace all'anima sua, aveva fatto trasportare il cadavere alla morgue, poi da qui l'aveva ricondotto al Savoy, per compiacere i fotografi. Luigi, il capo fasciato da candide garze, fu così issato sul letto - sebbene si fosse ucciso sul pavimento, come attestò Lucio Dalla - e mitragliato dai flash. Poi, finalmente, lo riportarono all'obitorio.
Al funerale il mondo della canzone era praticamente assente: davanti alla chiesa di Ricaldone, tra le gelide nebbie della campagna di Acqui, trovai soltanto De André e Puny, la sua moglie d'allora, Michele che mandò a quel paese un drappello di cacciatori d'autografi, Anna Paoli e i fratelli Reverberi, il più giovane dei quali, Gian Piero, piccolo e irsuto com'era, fu scambiato per Dalla e mitragliato dai fotografi. Tutti gli altri? Erano rimasti a Sanremo, perché the show must go on e così si era deciso che il festival, col suo mastodontico giro d'affari, dovesse continuare. La Rai tentò di minimizzare la tragedia, attraverso un commento di Ugo Zatterin, come il colpo di testa d'un ragazzo immaturo, intellettuali famosi intervennero per guadagnarsi il loro spazio in vetrina: Alfonso Gatto disse la sua, Salvatore Quasimodo sostenne che quello sparo aveva «colpito a morte il sonno mentale dell'italiano medio». Alla madre di Luigi, vecchia e malata, fu detto che il figlio era dovuto partire, per un viaggio di lavoro.
L'inchiesta giudiziaria fu così discreta che, di fatto, non vi fu. Dalida ripartì per Parigi senza che nessuno pensasse d'interrogarla, nessuna perizia fu fatta sul biglietto d'addio lasciato da Luigi, niente autopsia. Sulla mancanza d'accertamenti vi furono interrogazioni parlamentari, il commissario Molinari fu promosso e trasferito alla questura di Genova, i dischi di Luigi scalarono, come mai gli era successo da vivo, l'hit parade e il festival fu vinto da Non pensare a me, melodia molto «sanremese» gorgheggiata da Claudio Villa in coppia con Iva Zanicchi. «Il suicidio di Tenco non è servito a niente», titolò un giornale locale, con molta enfasi.
L'inadeguatezza investigativa agevolò strambe dietrologie. Si attribuì la tragedia a difficoltà finanziarie, all'alcol, a delusioni d'amore - Dalida? Una misteriosa principessa romana? -, poi cominciò a serpeggiare l'ipotesi più grottesca, che Luigi fosse stato ucciso. E ne scaturirono libri, inchieste, trasmissioni tivù. Con ben altro stile, nove anni dopo, Francesco De Gregori rievocò quel lutto alla sua maniera, da poeta: «La notte che presero le sue mani - cantò - e le usarono per un applauso più forte/ chi ha ucciso il piccolo principe/ che non credeva nella morte?».