Frammenti di crociera sulla scia della noia

Un reportage d’autore sulla rotta Genova-Barcellona. Il racconto «realista» di una vacanza di 48 ore (tutto compreso) vissuta in prima persona

Non ho mai preso l’aereo, temo di precipitare, soprattutto sulle Alpi svizzere. Anche altri mezzi di trasporto, per vari motivi, mi fanno paura. Nonostante tutto mi piacciono ancora i freni dei treni regionali, le rotonde delle provinciali e le statali se ci sono solo io che guido mentre giro uno spot (oppure: sponsorizzo un’auto). Quando parto, lo faccio per poco. Un weekend a Barcellona può andare bene. Scelgo la nave. Trentasei ore di navigazione in un weekend. Come andare in Spagna il sabato e domenica in motorino e ripetere, è una crociera. Il tempo dilatato e compresso, andata e ritorno un’unica esperienza. L’abdicazione del viaggio, perfino del turismo, a favore del transito. Un furgoncino che scarica la merce, ricarica e va. Il sole, la rumba, l’inclinazione dell’infisso rivela lo spicchio di mare, sfondo per una coppia che litiga mentre la figlia dorme. La sensazione costante di un altrove, dove sta accadendo qualcosa di irripetibile e fondamentale. Sfoglio con rinnovata fiducia la brochure.

A quanto andiamo?
Al bar delle otto la rotazione della tazzina asseconda il movimento del pavimento e lo zucchero che affonda. La donna attende la risposta e incrocia le ciabatte argentate.
Il barista gonfia il panciotto bordeaux e dice: è scritto nella tele.
La donna incontra la verità appesa al muro sopra il piccolo divano.
38, adesso 36, devono essere le onde, fuori non si vede terra, solo mare, dice la donna.
Eh, siamo nel Golfo del Leone. A quest’ora dei caffè siamo sempre nel Golfo del Leone.
Il cameriere ammaina la tazzina e solleva la mano destra nello sfondo liquoroso. Scosta il pollice, allontana le altre quattro dita ubbidienti, entra nel golfo con l’indice dell’altra mano.
Noi siamo qui: per questo non vediamo nulla.
Sono seduto al bar Amadeus, ponte 6 Pacific Deck. Navigo verso Barcellona. Sono partito ieri sera da Genova, un venerdì, alle 21.30. Arrivo a Barcellona oggi pomeriggio. Mi fermo 8 ore e riparto. Torno a Genova alle 20 di domenica.
Prima di partire al terminal d’imbarco c’è una selezione per Miss Italia. Il presentatore col codino cinquantenne in tuta bianca e maglia nera è sopraffatto dalla musica e a sua volta lui soffoca la musica nel perfetto equilibrio della lotta. Accanto al presentatore una bionda tatuata chiama le ragazze per cognome e poi per nome, come l’anonima chiamata arbitrale nello sterrato domenicale, prima della tavola attorno ai nonni ancora vivi. Le miss escono sui tacchi, applaudite da parenti e da stranieri che tirano la sera, i più intraprendenti si appostano sul retro del telone ma la sacra vestizione accade dentro lo stanzone chimico sperimentato sull’occhio disperato. La terra già sembra il mare della nave, le animazioni per riempirci, i pesci eccitati attorno agli scarichi.
Un cordiale saluto dal vostro capitano. Buongiorno in questa bellissima giornata. Navighiamo a 21 nodi. 35 miglia dalla costa. La temperatura esterna è di 23 gradi. Il mare è calmo. Il cielo è sereno. L’arrivo a Barcellona è previsto per le 15.20 (e alle 15.30 ripartono, dice il cameriere). Dalle 10.30 animazione per tutti i bambini. Alle 11 aperitivo con Franck, il nostro Franco, presso il bar Amedeus. Al bar Royal potete danzare col gruppo dei balli latinoamericani nel nostro grande salone delle feste. E ricordate le cartelle per il bingo delle 15.
Oye como va dice Franck alla pianola un tempo innamorata. Franck (proprio così: il giusto compromesso tra Frank e Franco) suona i pezzi di ieri sera, ah tutti i sapore di sale sapore di tutti il mondo non si è fermato mai un momento.
La sera prima al bar Royal suona Cesare, calve tastiere sessantenni accompagnano Insook, voce femmina orientale cartolina e quando diventa proprio notte e la schiuma indica fuori un orario sconosciuto, esce dalle grinze del tendone Cruz de Lunas: due donne infilate nei vestiti a fiori mimano l’idea di sensualità flamenca attorno a una sedia prefabbricata.
Sulla nave c’è anche la cappella per le preghiere ma è senza clienti. Il raccoglimento è nel corridoio al ponte 6 Pacific Deck. Espongono le foto scattate ieri sera nella stretta dell’imbarco. Ora ansiosi cerchiamo un po’ di noi nella bacheca oscena che rivela. Io sono là. Io sono lì. Io dove? Ci sono o non ci sono? Lo spazio delle vittime di una tragedia, un attentato o l’onda i notiziari, dita abbronzate per gli sms solidali.
Il bar Royal si affaccia sulla prua, oggi la luce è ingigantita dalle fessure delle tende. Fuori le nuvole si scostano lente, la nave avanza in una galleria di raggi che d’improvviso s’apre, la nostra definitiva accettazione d’un altro provvisorio giorno. La sala sa di bosco prealpino allagato da bagnoschiuma prepotente. Dura poco. E punta e tacco gira gira chiudi peso corpo uomo peso corpo dama. Attorno ai giovani trentenni e quarantenni nella penombra della fama passeggera, i vecchi illuminati dai bordi abbandonati sui divani. I vecchi subiscono la dittatura dei balli latinoamericani. Eppure i vecchi sono una grande risorsa per il turismo. Dovrebbero essere i protagonisti, invece guardano la viva replica di una cassetta e sospirano il liscio che non c’è. Alcuni si addormentano, inclinano la testa dove ieri sera moriva il limone imprigionato dentro un cocktail.
Forza calzoncini tutto fiori avanti! Dai tuta nera stellata del selciato deformato! Star, buca l’onda! E su. E giù. 5 6 7. Sinistro laterale. 1 2 3 4 5 mambo avanti. 1 2 3 4 5 cha cha cha. 5 6 7. Gli dei sono un cubano, un peruviano, uno di Pordenone, una di qualche periferia che da tempo ha assassinato la mazurca. Le videocamere amiche riprendono i movimenti dei protagonisti, il peso del corpo, dell’onda che reclama l’attenzione prima dello schianto. Domani sarà ancora adesso. È un pasajo per capire punta e tacco in 20 secondi 6 secoli d’historia. Il cubano chiamerà gnocca la dama. Le donne rideranno. Gli uomini passeranno una mano nei capelli sudati, si asciugheranno nella tuta prima dell’aggancio e bacino molleggio bacino molleggio. 1 2 3 l’istruttrice griderà nel Mediterraneo settentrionale. Uomini! Immaginate la mia bella gonna! La donna balla la rumba con la gonna! La gestualità è sempre con la gonna in mano! Noi donne dobbiamo sventolare la gonna tenendola chiusa! Noi donne quando muoviamo le braccia è perché stiamo muovendo la gonna! Voglio che lui ci provi per dimostrargli che non ci riesce! Dobbiamo fare come se giocassimo sul serio! Provate a entrare nell’ottica!
Avvisiamo che il self service Cafeteria Europa apre al ponte 6. Il soffitto della sala strizza bianco l’inutile risparmio. Basterebbe la luce naturale sui vassoi, sui lettini piombati giù dalla terrazza, sui bambini usciti invecchiati dai giochi della Video Room, sugli ex protagonisti delle danze. Di fianco al self service c’è il ristorante La Fontaine, un cameriere napoletano in giacca bianca accoglie inutilmente gli indecisi, spaventati dalle maniche troppo lunghe della giacca. Il self service da fuori è una polisportiva, da dentro è mensa collettiva, è scatolette e cotolette, famiglia riproposta senza televisore. Si vede Valentino sulla nave? Le moto si vedono nel mare?
Io salgo in ascensore vuoto, ponte 7 Atlantic Deck, ponte 8 Master Deck, ponte 9 Sky Deck. Mi schermo dietro la tenda della sala Emeral dove dormono i catalani giovani. Ieri sera molto presto i cessi erano un sogno colorato, soffocavano gli scarichi e ubriache bacinelle tracimavano di giallo, confessavano: sì, il marrone (di meglio solo il cesso della nave verso la Sardegna: Juve merda, scritto con la merda).
Sulla terrazza del ponte 9 Sky Deck a poppa prendono il sole, coagulati attorno alle palme molto verdi degli asciugamani, ai paperini scoloriti.
Sono le 14.20 di un sabato pomeriggio, la luce ha l’opaca spessa densità che circonda i supermercati in queste ore, le coppie scattano foto col telefonino e si ricompongono nell’abbraccio seppiato del display. Il gasolio esce veloce dai tubi che troneggiano più in alto. L’impatto con l’ambiente crea fiammate d’ombra che colpiscono i corpi abbandonati e poi svaniscono. Cosa fare per 8 ore a Barcellona? 8 ore, una giornata di lavoro a Barcellona. Se il turismo è la prima industria al mondo, controlliamo il badge: oh, l’indice indimenticabile di Colombo, gli scontrini della Rambla, proviamo meraviglia per i piccioni, i loro parassiti, l’accecante fissità delle strisce pedonali, l’acconciatura punk delle palme di Placa Reial, la luce dorata dei monumenti nelle guide, le ossa di Gaudí.
Il piccolo supermercato in Roger de Lliura dove sei anni fa, ah, sei anni fa, sei anni fa era viva Maria Santaeularia Campdera, anche sei giorni fa, morta sui necrologi del giornale La Vanguardia, oggi, un sabato d’estate, ha fallecido cristianamente en Barcelona confortada con los Santos Sacramentos a la edad, come ha mort Josep Lavina I Rovira va morir cristianament a l’edat de 82 anys e tutti gli altri morti castigliani e catalani, 8 ore a Barcellona, cammino nel percorso lavorativo di Placa Catalunya, mi tocco le gambe e sono ancora vivo dentro il ritmo produttivo del turismo, metà turno a Barcellona. Io non sono un viaggiatore, sono un turista, posso piangere davanti ai vecchi giapponesi che dopo quarant’anni di lavoro lasciano la casa a Yokohama per quindici giorni. Così di solito mi difendo, resto a casa sdraiato sul divano, tutto dentro il finto movimento di domenica e guardo le code inerti dei rientri, le fontane dell’estate, la più calda del decennio, del millennio, ascolto i poeti climatizzati delle redazioni, l’esodo, il controesodo, il maxiesodo (attendo il maxicontroesodo: psicofarmaco al cioccolato alcolico).
Non mi sento tanto bene, ritorno sulla nave prima delle ore, avrei bisogno d’un certificato medico internazionale, il cielo vira lentamente al viola, dietro la collina che sormonta il porto accendono deboli fuochi d’artificio, impauriti sotto una minaccia. La terrazza della nave è vuota, la piscina senz’acqua il cassone di un furgone parcheggiato. Mi sdraio sul lettino, la plastica già umida, tra poco gli altri sfileranno davanti al sorriso delle divise bianche rinfrescate e saremo tutti qua, stanchi, delusi, soddisfatti dopo le ore di lavoro, sputeremo in acqua per sapere, cercheremo un indizio non riconoscibile o niente, i capricci necessari dei pianeti, le schermaglie delle stelle ovunque.