Frammenti di metropoli colti dai binari del tram

Luciana Baldrighi

Con precisione da certosino Claudio Buso immortala la città dipingendo scorci di Milano su grandi tele: palazzi, monumenti, tram, turisti, piazze, bar e negozi. L’artista che in questi giorni espone alla Galleria Santamarta di via Santa Marta 19, apre finestre sulla capoluogo lombardo come se intraprendesse un itinerario in tram e abile nel salire e scendere scopre angoli che ancora ci fanno stupire.
La sua tecnica e il genere di pittura rimandano ai capolavori di Richard Ester e all’iperrealismo americano con una precisione e una nitidezza tanto da sembrare fotografie. I pedoni, le automobili e i tram, tutti rigorosamente arancioni per essere ben visti, come quando iniziarono a sferragliare sul pavé negli anni Venti sono fissati sulla tela con grande nitidezza e i particolari infinitesimali diventano studi molto accurati sulla luce.
In Buso sembra esserci il rifiuto di tutto ciò che è pubblicitario, tutto ciò che deturpa l’estetica della città, di tutto ciò che è «commercio volgare» perchè le città le vuole vedere pulite in modo da rimanere sempre più ancorate al passato. Il futuro gli appare effimero e la maestosità dei nostri palazzi milanesi come largo Cairoli, piazza Cordusio, via Dante, il Castello sforzesco, la Galleria Vittorio Emanuele, la Scala o San Babila assumono volutamente il sapore di un tempo, mantenendo così la loro integrità storica. Persino i colori leggermente sbiaditi ci fanno pensare a un rigore intellettuale.
I punti di passaggio dei milanesi sono diversi da quelli dei turisti, molti colti in primo piano con grande maestosità, altri visti in lontananza, appena intravisti. Chi domina dunque il paesaggio del terzo millennio? Sembrerà ironico ma è il tram dell’Atm che come un grande serpente si snoda nella città globale.
Maurizio Sciaccaluga, che ha scritto il testo critico del catalogo che accompagna la mostra dal titolo «Prima tappa, Milano», sottolinea come la ricerca di Claudio Buso sia concentrata su paesaggi urbani proprio con lo stesso criterio di John Baeder, Anthony Brunelli e Bertrand Meniel, senza però che questi lavori diventino monotematici.
In calce, sovraimpresso sull’asfalto della città meneghina o ritagliato sui vagoni arancioni dei tram, c’è dipinto un ipotetico codice fiscale, una striscia alfanumerica in grado di fornire a chi osserva le sue opere una serie di informazioni. Una forma anche per sottolineare la burocrazia che domina il nostro tempo: al nome dei quartieri e delle via al numero dei tram, alla marca di un’automobile fino alla cilindrata, dalla licenza di un taxista al mese in cui la foto per ispirarsi al quadro è stata scattata. Si tratta in sostanza dell’identikit del soggetto dipinto, un logo di fabbrica, un elemento che pretende in qualche modo di riconoscere un lavoro fino a preservarne l’originalità artigianale.