François Fejtö: un liberal-socialista (ma conservatore) che amava la storia

Nel titolo di uno dei suoi ultimi libri, Requiem per un impero defunto, c’è tutto François Fejtö, questo spirito libero scomparso nel giugno di due anni fa, ebreo battezzato cattolico, ungherese di nascita con una famiglia le cui radici affondavano in tutte le contee asburgiche, naturalizzato francese, innamorato dell’Italia ma europeo per vocazione. Uno storico privo di pregiudizi che si sforzava di capire - senza indulgere alle tentazioni della nostalgia o alle recriminazioni ideologiche - le motivazioni più riposte all’origine di certi avvenimenti destinati a diventare epocali. Era davvero - questo intellettuale che i lettori de il Giornale ben ricordano - un personaggio unico di eccezionale lucidità e rara saggezza. Nel suo Requiem non c’era nessun rimpianto per quel «mondo di ieri» idealizzato da altri scrittori del milieu asburgico come Stefan Zweig o Joseph Roth divenuti cantori della finis Austriae. Fejtö, sulla base di una ricca documentazione inedita, capovolgeva la tesi canonica secondo la quale la fine della grande monarchia sarebbe stata una conseguenza dei conflitti interni fra i diversi popoli dell’impero multinazionale sostenendo che essa fu voluta dai Paesi vincitori decisi a cancellarla dalla carta dell’Europa. C’era, semmai, l’orgoglio di una fedeltà, intellettuale e sentimentale, a una realtà storico-culturale di colpo cancellata dalla storia.
Quello che risaltava bene in quel lavoro era il carattere davvero epocale della guerra mondiale: l’epoca degli imperi plurinazionali e delle nazionalità, da una parte, e l’epoca delle grandi ideologie e della «guerra civile europea», per usare l’espressione di Ernst Nolte, dall’altra parte. La vicenda bellica e la scomparsa dell’Austria-Ungheria ebbero ripercussioni sconvolgenti, oltre che sul terreno politico, anche sui destini individuali e soprattutto su quelli di persone come Fejtö, le cui ascendenze familiari e i cui ricordi d’infanzia erano disseminati in vari territori, ora spesso in conflitto tra loro, dell’ex impero.
Era davvero un europeo, Fejtö, o, per meglio dire, un figlio, nato ancora regnante Francesco Giuseppe, di una Europa ideale che - in quel mix politico-istituzionale rappresentato dall’impero - abbracciava popoli, culture e lingue diverse. E questo suo tratto ne spiega le inquietudini politiche e la lucidità, quasi visionaria, di saper analizzare gli eventi al di là delle apparenze superficiali. Così si chiariscono i suoi contatti, ancora studente, con gli ambienti austro-marxisti di Budapest e di Vienna, ma anche, imprigionato con i comunisti perseguitati da Horty e compagno di cella di Lásló Rajk, la sua refrattarietà a seguirli in una strada di fanatismo. Così si spiega - una volta decisa la strada dell’esilio - la scelta di Parigi, la città più cosmopolita d’Europa, come patria di elezione. Proprio in Francia divenne celebre, come analista specializzato delle vicende del blocco comunista. Ma, soprattutto, in Francia, dall’incontro prima con Emmanuel Mounier e gli intellettuali della cerchia di Esprit e in seguito con Raymond Aron e Arthur Koestler e il gruppo di Commentaire, sarebbe maturata quella sua peculiare visione politica che lo avrebbe portato ad autodefinirsi pubblicamente un «conservatore liberale e socialista»: un uomo, cioè, convinto della necessità di dover conservare i valori fondamentali della civiltà giudeo-cristiana, nemico di tutti i determinismi e inflessibile nella difesa del libero arbitrio e di ogni libertà politica ed economica, ma al tempo stesso preoccupato per il futuro della società post-moderna e delle sue crescenti disuguaglianze.
A questa sua visione politica si ispirano le grandi opere di Fejtö, dalla celebre Storia delle democrazie popolari (1960), scritta per impulso di Raymond Aron, sino alla sua continuazione Fine delle democrazie popolari. L'Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989 (1990) redatta a caldo all’indomani del crollo del comunismo. Un complesso di lavori che offrono una radiografia, impietosa e sincera, di quello che François Furet ha efficacemente definito, nel titolo di una sua celebre opera, Il passato di una illusione.