Franano le accuse contro il giudice spiato

E adesso sulle cimici la Procura di Perugia apre l’inchiesta sui colleghi di Roma

Il teorema dell’accusa era basato sull’età della carta. La carta su cui era scritto il contratto di vendita era troppo giovane rispetto alla data in cui il contratto risultava stipulato, e a quell’epoca non era ancora in circolazione. Ergo, quel contratto doveva essere stato stipulato molto più tardi per giustificare alcune centinaia di milioni incassati dal magistrato in cambio della scarcerazione dei camorristi. Ma dopo cinque mesi i periti hanno stabilito che quella stessa carta era stata utilizzata in molti altri studi notarili per scriverci sopra decine di altri contratti. Ergo, o tutti i contratti erano falsi e tutti i notai di Napoli erano falsari, oppure quella carta era «compatibile» con la data del contratto e quei milioni erano stati incassati dal magistrato veramente in cambio della vendita della sua casa di Capri. Di conseguenza il gip ha respinto la richiesta della Procura di Roma di interdire il presidente del tribunale del Riesame di Napoli Giampaolo Cariello e in un attimo lo scandalo della corruzione della magistratura napoletana si è dissolto nel nulla.
Un «pentito» di camorra, Luigi Giuliano, detto «il Re di Forcella», aveva accusato Cariello di aver preso centinaia di milioni di vecchie lire per favorire le scarcerazioni dei camorristi della cosiddetta «Alleanza di Secondigliano», il cartello criminale che raggruppava i clan più temibili e potenti. In effetti, nell’aprile del 2001, un blitz del tipo di quello che vent’anni prima aveva coinvolto in una retata di presunti camorristi Enzo Tortora, aveva decimato i clan di Secondigliano; ma come vent’anni prima il tribunale del Riesame, questa volta coordinato dal giudice Cariello, ne aveva scarcerato una buona parte, accogliendo i ricorsi presentati dagli avvocati degli arrestati. Per giunta, il giudice Cariello nei suoi provvedimenti aveva dichiarato «inattendibile» il «pentito» Luigi Giuliano. E «il Re di Forcella» si è vendicato. Nel luglio dell’anno scorso la Procura di Roma, competente per territorio, ha messo sotto accusa Cariello per corruzione in atti giudiziari: intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni e sequestri di documenti, richiesta di interdizione dall'ufficio, linciaggio mediatico, un passo ancora e ci sarebbe stato l’arresto. Ma non c’erano riscontri (Giuliano aveva parlato «de relato», per sentito dire «nell’ambiente»), se non quei soldi sul conto corrente del magistrato, subito giustificati dall’accusato con l’esibizione del contratto della vendita della sua casa di Capri. Di qui il teorema dell’accusa sull’età della carta: questo tipo di carta, quando hai venduto la tua casa di Capri, non era ancora in commercio, il contratto l’hai scritto dopo aver preso i soldi dalla camorra... Un teorema così inverosimile e assurdo, che ci si meraviglia che ci siano voluti cinque mesi di accertamenti e di «perizie» per venirne a capo.
Quando il teorema è crollato, tra Natale e Capodanno, e il gip ha respinto la richiesta di interdizione, alla vigilia della Befana, hanno chiesto a Cariello perché: perché sono arrivati a inventarsi un teorema così assurdo? «Perché la funzione di controllo che io svolgo - ha risposto Cariello, che dopo 40 anni di carriera è universalmente stimato e chiamano “il Corrado Carnevale napoletano” - di garanzia per indagati e arrestati evidentemente non è gradita a molti inquirenti».
E già il procuratore generale di Napoli Vincenzo Galgano si era chiesto «a chi giova questa strategia» e aveva denunciato «un'orchestrazione» e «finalità concorrenti rispetto a quelle giudiziarie». Perché non solo era stato violato il segreto istruttorio facendo pubblicare e pubblicando i verbali dei «pentiti» (non solo quello di Luigi Giuliano, ma anche quelli della moglie e del fratello Salvatore, e quelli di Maria Licciardi, «la mamma della camorra», che accusava di corruzione anche altri magistrati, anche questi noti come «garantisti»), ma erano stati passati ai giornali e pubblicati i testi di conversazioni telefoniche e ambientali che non avevano niente a che fare con l'inchiesta provocata dalle dichiarazioni dei «pentiti». Per non parlare della cosa più clamorosa, di cui aveva dato notizia per primo Il Giornale: nella stanza del presidente del tribunale del Riesame Gianpaolo Cariello, la stessa stanza dove si svolgevano le Camere di Consiglio prima di emettere le sentenze e si svolgevano tutte le discussioni sugli imputati e si prendevano le decisioni, discussioni e decisioni che per legge sono assolutamente «inviolabili», erano stati scoperti dagli agenti della polizia scientifica sei microfoni (volgarmente detti «cimici») perfettamente funzionanti e collegati con due centraline. Dopo i primi e imbarazzati dinieghi, la Procura di Roma aveva finito per ammettere che le intercettazioni ambientali nella Camera di Consiglio erano state disposte su sua richiesta, aggiungendo che erano cessate dal luglio del 2004, cioè da più di un anno prima della scoperta delle «cimici», e che queste non erano state rimosse, ma erano «rimaste inerti in loco, come quasi sempre accade, a causa di ovvie difficoltà operative di rimozione».
Come quasi sempre accade! Le «cimici» che ci spiano dappertutto, e che spiano anche lor signori i magistrati, e li spiano persino nelle Camere di Consiglio, sono facili da installare, ma difficili da rimuovere, e perciò, una volta installate, restano sul posto, anche se «inerti»: ma chi garantisce che non vengano utilizzate anche dopo che il magistrato ha disposto formalmente la cessazione degli ascolti?
Mentre il caso Cariello si avvia verso l’archiviazione, la Procura di Perugia indaga la Procura di Roma per l’eventuale reato di intercettazioni abusive. Il teorema dell’età della carta non ha funzionato: funzionerà il teorema sull'età delle «cimici»?
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