FRANCA NUTI First lady delle scene «Mai tradito Milano»

Come si può dipingere colle nude parole del vocabolario il ritratto di una signora che, nella fuga degli anni, affina sempre di più la sua diafana bellezza di intellettuale nordica al punto di sconfiggere le leggi del tempo? È un’impresa difficilissima che rasenta l’impossibile quando ci si trova di fronte a Franca Nuti, la più grande attrice di teatro della sua generazione, una lady che non ha nulla di dark ma semmai ricorda nel sorriso luminoso che le rischiara il viso sotto l’ampia falda del cappello una di quelle instancabili giramondo che, in pieno Ottocento, a piedi, a cavallo magari a dorso di mulo, viaggiavano impavide dall’Europa all’Asia minore.
Non ci ha mai pensato, signora Franca?
«No, davvero, perché io - stima a parte - non ho nulla a che spartire né con Freia Stark, l’instancabile viaggiatrice felice di perdersi tra i mongoli, né con Asja Lacis, la teatrante amica di Brecht che, per diffondere il verbo del Maestro, un giorno era a Riga e il giorno dopo a Mosca. Anche se, per dirla con l’Alfieri, compio anch’io i miei viaggi matti e disperatissimi».
Ma davvero... e dove?
«Sul palcoscenico, naturalmente. Il solo luogo che io conosca a fondo, quello dove tutto ciò che assorbo dal quotidiano contatto colla gente viene filtrato e restituito con chiarezza, gioia e un filo di malinconia all’attenzione del pubblico».
Dalle sue parole deduco che, quando è in scena, dimentica il suo luogo d’elezione, Milano, la città in cui vive?
«Non la dimentico, la sposto di lato, forse la trascendo. Come ho fatto tanti anni fa con Torino, la città in cui sono nata ma che in seguito ho abbandonato, vittima del fascino insidioso del Castello Sforzesco e degli Orti di Leonardo, sepolti dietro le tegole rosse di corso Magenta».
Cosa rappresenta ai suoi occhi il capoluogo lombardo?
«Tante cose dissonanti e bellissime. Come le serate in famiglia, accanto a mio padre che, innamorato del teatro, mi narrava come si muoveva Gandusio riandando, sul filo della memoria, ai silenzi della Duse. Serate che solo qui, a due passi dalla Fabbrica del Duomo, riesco a collocare nell’album del passato».
A Torino no?
«Torino è una città di fiumi, di acque e di valli. Tutte le volte che ci vado, mi sembra di tornare all’infanzia. Mi sento parte del clima come una nuvola di passaggio, mi sento parte del paesaggio come se mi fossi smarrita tra gli alberi, il verde, i fiori. Ma poi, al momento risolutivo fuggo. Sento il bisogno di tornare ai marmi e alle pietre, a costo di confondermi con lo smog e la fuliggine della giovinezza, alla scuola d’arte drammatica del Filodrammatici».
Ha mai pensato come tanti colleghi di trasferirsi a Roma?
«Il pensiero va, ma i piedi restano piantati per terra! Scherzo, naturalmente, ma fino a un certo punto. No, io e mio marito Giancarlo Dettori siamo troppo legati a questa città dove lui, per tanti anni, è stato primattore al Piccolo di Strehler mentre io... ».
Mentre lei?
«Esploravo i palcoscenici del Nord. Ancora a Torino col "Peer Gynt" di Ibsen, a Trieste per rendere omaggio a Svevo, a Genova per tuffarmi negli inferni di Strindberg fino a perdermi a Modena sotto la cuffietta della Priora nei "Dialoghi delle carmelitane" con Ronconi».
Molti ritengono che quella sia stata la sua più grande interpretazione. È d’accordo?
«Certo è stata la più sofferta. Come si fa a mostrarsi al pubblico in veste monacale senza immiserire il messaggio cristiano? Per fortuna, in quell’occasione, mi fu di grande aiuto la presenza in sala di mia sorella Maria che del misticismo aveva fatto la sua ragione di vita».
In che senso?
«Era una creatura fragile e malata sorretta da una fede vivissima che invece di renderla succube degli altri le faceva dimenticare le sue sofferenze obbligandola addirittura a trasformarle in pura gioia. Come dimostra il libro che ha lasciato: una serie di liriche che conciliano la terra col cielo».
Mi tolga una curiosità: adesso che ha raggiunto il culmine della carriera, non prova il desiderio di esplorare nuovi orizzonti?
«Vorrei andare in Norvegia non solo per ringraziare la giuria che ha assegnato a me, sola italiana in compagnia di altre 4 attrici europee, il premio Ibsen. Ma per conoscere i grandi spazi del profondo Nord, da cui forse discendiamo tutti come i gabbiani».