France-Cinéma Mezzo secolo di cinema nelle pellicole dell’indomito Rohmer

Da oggi a Firenze la grande rassegna, quest’anno dedicata al regista francese premiato con il Leone d’oro a Venezia

Maurizio Cabona

da Firenze

France-Cinéma, XX edizione (cinema Gambrinus, da oggi a domenica), è nel nome di Eric Rohmer, il regista nato a Tulle nel 1920, poco prima del caso delle lettere anonime che Clouzot evocherà nel Corvo, quando ormai lettere anonime fioccavano in tutta la Francia, occupata dai tedeschi. Nel 1943 Rohmer però insegnava ormai a Nancy, scriveva Elisabeth, suo primo e unico romanzo (Gallimard, 1946; Mondadori, 2005), ma non aveva la vocazione all'anonimo, bensì allo pseudonimo. Infatti firmerà il libro Gilbert Cordier. E nel 1950, quando dirigerà il primo film, Journal d'un scelerat (Diario di uno scellerato), lo firmerà Eric Rohmer. È così che ora è noto, ma anche questo è uno pseudonimo: il nome vero è Jean-Marie Maurice Schérer!
La girandola onomastica indica che Rohmer non è un tipo facile. Né facile è il suo cinema. Forse perciò dal 1957 al 1963 ha diretto i Cahiers du cinéma, la rivista della Nouvelle vague. Ne sarà l'esponente giunto più tardi al successo, ma anche quello più capace di rinnovarsi. Ha infatti ottant'anni quando lui - così propenso a un cinema che i detrattori giudicano «radiofonico», nel senso che le immagini sono solo il corredo non essenziale delle parole - usa la tecnica televisiva del digitale per movimentare il teatrale La nobildonna e il duca (2001), tratto dai ricordi dell'inglese antigiacobina Grace Elliott (Fazi).
Giacobino, Gilles Jacob non si commuove e nega al film il Festival di Cannes; non giacobino, Alberto Barbera gli offrirà però la Mostra di Venezia, anzi darà il Leone d'oro alla carriera a Rohmer. È il canto del cigno? No. Seguirà Agente triplo (2002), anch'esso tratto dalla realtà storica: il rapimento del generale russo bianco Miller nella Parigi del 1937. Al Festival di Berlino del 2003, la giuria di Frances McDormand (in Coen) ignorerà il film, ma esso incasserà relativamente bene in Francia e in Italia, tenendo vivo il ricordo dei titoli precedenti, ora largamente usciti in dvd Dolmen e Bim. A conferma che Rohmer è tenace, il 2006 sarà l'anno di Astrée, tratto dal romanzo secentesco di Honoré d'Urfé, ambientato in Gallia prima dell'occupazione romana. A Firenze si parlerà del Rohmer futuro e di quello passato nel convegno di sabato prossimo. Que reste-t-il?, chiedeva la canzone di Charles Trenet composta proprio nel 1943 del Corvo e rilanciata da Baci rubati di Truffaut proprio nel 1968. Que reste-t-il?, dunque, del primo Rohmer?
A parte Claude Chabrol, che produsse il suo primo lungometraggio, Il segno del leone (1959), nel cinema nessuno - neppure chi gli si rivolge come a Momo, diminutivo di Maurice - ha mai dato del tu a Rohmer. Ma nemmeno Chabrol era stato invitato al suo matrimonio (il primo e l'unico), freddamente programmato andando in cerca di una possibile sposa in una festa popolare. Tanto meno poteva prendersi confidenze Paul Gégauff, una cui disavventura - restare senza soldi in Spagna - aveva ispirato Il segno del leone, con l'accorgimento di trasferirla a Parigi. Eppure Gégauff era stato un riferimento per lui, al punto che, quando un Rohmer ormai cinquantenne s'emanciperà dalla sua influenza, andrà da Gégauff a Pontoise in treno solo per dirglielo!
Ma chi era Gégauff? Un romanziere di prestigio, edito da Minuit (l'Adelphi francese); uno sceneggiatore; un attore che ispirava i registi (è lui il modello del sulfureo personaggio di Jean-Claude Brialy nei Cugini di Chabrol del 1958). Troppo per una persona sola. Infatti per Gégauff, finzione e realtà finirono per somigliarsi. Con la moglie Danièle, che l'aveva appena lasciato, aveva girato proprio per Chabrol Una gita in campagna (1975). Gégauff sperava di riconquistarla, sul set e sul serio. Lei però era convinta che lui avesse voluto la scena delle botte solo per picchiarla. Ma a essere davvero pugnalato a morte, poco dopo, sarà Gégauff: colpito dalla nuova compagna.
C'era agli albori e c'è tuttora anche un'altra figura leggendaria nella vita di Rohmer: Jean Parvulesco, che nel 1950 gli fece conoscere Jean-Luc Godard. L'evento cambiò le loro vite e Godard non lo dimenticò se, in Fino all'ultimo respiro (1959), il personaggio della giornalista (interpretato da Jean Seberg) ripete a tutti che va a Orly per intervistare «il famoso scrittore Parvulesco» (interpretato dal regista Jean-Pierre Melville). Come Gégauff, Parvulesco aveva avuto un periodo in Spagna, introducendo sotto Franco la Nouvelle vague degli albori. Tornato da tempo a Parigi, Parvulesco è diventato davvero «il famoso scrittore Parvulesco» e alterna geopolitica (Vladimir Poutine et l'Eurasie) a fantapolitica (Rendez-vous au manoir du lac, Mission secrète à Bagdad, La stratégie des ténèbres) in romanzi densi di retroscena cinematografici. Così nemmeno Rohmer l'ha dimenticato, anzi ne ha fatto un interprete - non più solo un personaggio, come aveva fatto Godard - del suo L'albero, il sindaco e la mediateca (1995), manifesto antipoliticanti per l'ecologia. C'è ancora tanto da scoprire nella Nouvelle vague...