Francesca Neri: "Per Pupi Avati sarò una madre dal passato torbido"

L’attrice, che produce <em>Riprendimi</em> di Anna Negri, da venerdì nelle sale, anticipa il suo ruolo in <em>Il padre di Giovanna</em>. E racconta: &quot;E' una storia ambientata negli anni '40, un periodo che al cinema non ho mai recitato&quot;

Roma - Dall’età di Lulù all’età di Rocco, diventando Francesca Neri, attrice e produttrice capace di tutto (stando a Oscar Wilde), se arrivata in terrazza, infreddolita e bella comunque, col giubbino di tela chiara e i pantaloni utilitari da americana chic, dichiara i propri anni (44), fregandosene d’un tabù muliebre. «Ho messo su una squadretta rosa niente male!», sorride sotto agli occhi di lago, che stregarono Bigas Luna, suo Pigmalione sul grande schermo internazionale con Le età di Lulù (1989), mentre il marito Claudio Amendola, partner nella Bess Movie, la loro società di produzione cinetivù, se ne sta goduto come un gattone, a tiro di sguardo. E se, a un passo dalle elezioni, si dibatte di donne al Parlamento, la neoproduttrice friulana, che finanziando Melissa P. (2005), si guadagnò l’appoggio della Sony e del box-office, ha già provveduto. «In Riprendimi, la mia seconda produzione, c’è Anna Negri, che dirige un cast femminile, in una storia che sento molto mia, perché raccontata dal punto di vista delle donne. Sono le donne, che leggono e vanno al cinema; sono loro, che decidono. E quattro quote rosa sono molto alte!», spiega Francesca, che in questa commedia sociale agrodolce (da venerdì nelle sale), ha preteso la montatrice di Vogliamo anche le rose (il docufilm della Marazzi sull’emancipazione delle italiane), a ribadire l’importanza delle signore. «Dalla genesi alla realizzazione, questo film mi rispecchia più di Melissa P., una buona partenza, da me non condivisa, però, nel messaggio finale. Poi, ho vissuto anch’io una dolorosa separazione temporanea dal mio compagno, mentre il mio Rocco era piccolo», chiarisce l’attrice, sottolineando il proprio maternage verso i giovani attori (Alba Rohrwacher, Marco Foschi, Valentina Lodovini, per nominarne alcuni).

«Vorrei tutelare i miei attori: provo nei loro confronti una tenerezza materna. Magari avessi avuto io, agli esordi, un produttore avvertito alle spalle! Lo pensavo, facendo il provino ad Alba... È bello offrire agli altri, quel che tu non hai avuto. Dopo venticinque anni di carriera, ricordo che ho dovuto emigrare in Spagna, per lavorare. Solo dopo Le età di Lulù gli italiani si sono accorti di me», commenta Francesca, che ha tagliato le sue radici, per vederle crescere più robuste. Infatti, ora è lei a tenere in mano le redini di varie avventure, umane e professionali. «Adesso la mia dominanza è la famiglia, fondamentale per me, cresciuta in un nucleo familiare particolare. Ho dovuto lavorarci, intorno alla felicità domestica e al rapporto con papà e mamma. Ero un’adolescente ribelle e solo adesso capisco quanta libertà m’abbiano concesso i miei. E ora, diventata io il loro genitore, in uno scambio di ruoli, in cui spero di mettere tutto l’affetto, che prima non riuscivo a dare, m’auguro solo di arrivare in tempo».

Deglutisce, Francesca, e manda giù un piccolo groppo di malinconia, che converge verso quella maturità, che la fa più intensa. «È strano: farò la madre anche nel film di Pupi Avati, Il padre di Giovanna, in uscita a settembre. Dopo avermi voluta ne La cena per farli conoscere, Pupi ha scritto un ruolo apposta per me. Sarò Delia, ex-mantenuta, che nel dopoguerra si rialza, tenendo in piedi la propria famiglia, mentre il marito, cioè Silvio Orlando, quasi mi mette contro nostra figlia Giovanna, qui la Rohrwacher, attrice straordinaria. Non ho mai girato un film ambientato negli anni Quaranta, m’intriga il periodo. Indosserò abiti poveri, ma ben tenuti, perché la mia Delia, col suo passato da donna di vita, ci tiene. E sfoggia pure una pelliccia, un po’ logora. Vivrò una complicità amorosa con il migliore amico di mio marito, cioè un Ezio Greggio insolitamente drammatico. Pupi sovverte gli stereotipi: come con la Ricciarelli», anticipa l’artista. «Negli ultimi tre anni ho fatto la mamma e Rocco, nove anni, dipende da me: mi vergogno a dirlo, ma ne sono tanto felice. Con lui ripasso storia e matematica... “Ti lascio con papà”, gli ho detto, sapendo che starò fuori, a promuovere il film. “Ma io con te mi sento più protetto!”, m’ha risposto». E il futuro? «Spero che cinema e politica italiani guardino all’estero: sono disamorata. Qua, c’è poco da fare».