Francesca, vitalizio già a 29 anni

Le vacanze di Natale di Marisa, Giovanni, Francesca ed Ermanna, come da tanti anni a questa parte, non finiranno con l’Epifania. Loro sono in pensione, e da un bel po’. Forse ieri erano in coda nei negozi a caccia di affari, forse sono appena arrivati in montagna a godersi la neve. Hanno tutta la vita davanti. Perché dietro la scrivania o la cattedra ci sono stati pochino. Venti, quindici anni. Ma anche solo quattro. Sono baby pensionati d’antan, i meno famosi di Penisola Italia. In tutto (dati della Ragioneria generale dello Stato del 2002) sono più di 500mila. Di questi, circa 80mila aveva meno di 50 anni, 140mila meno di 54 e 280mila nemmeno 60. Uno di loro si chiama, appunto, Giovanni. Di cognome fa Milinci. Fino a 41 anni ha fatto il «consigliere parlamentare». Poi il 28 dicembre 1992, forte dei suoi 16 anni di anzianità aziendale e otto anni di riscatti tra laurea e altre voci, ha deciso che per lui era giunto il tempo di lasciare. Con quasi cinquemila euro al mese per 15 mensilità.
Marisa lo ha battuto. È andata via dalla Regione Sicilia a 38 anni, nel 2000. Ha portato a casa una pensione pari al 75% dello stipendio dopo la bellezza di 19 anni, sei mesi e un giorno, e una buonuscita vicina ai 100 milioni di vecchie lire. Insieme a lei, solo otto anni fa, a pesare sulle casse pubbliche con grande anticipo furono 245. Ad oggi sono circa 13mila solo in Sicilia, che ogni anno si portano a casa in media circa 60mila euro. Grazie a una leggina (la numero 60 del 1962) che abbassava a 25 anni per gli uomini e 20 per le donne (15 se con laurea e figli) i contributi minimi. Per un vitalizio anticipato che per tutti gli assunti fino all’86 può valere fino al 110% dell’ultimo stipendio. Poi la Regione è corsa ai ripari e la legge è stata abrogata. Nel breve interregno altre decine di dipendenti ne hanno approfittato. Come l’ex presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, che nel 2003 cancellò la legge che lo aveva avvantaggiato. O Silvio Liotta, sicilianissimo ma cremonese di nascita, classe 1935, famoso per essere stato tra i congiurati del Prodi I nel 1998: ex segretario generale dell’Assemblea regionale siciliana e oggi nel Cda di Acquirente unico. Al suo assegno da 8mila e rotti euro bisogna aggiungere una liquidazione di 1,1 milioni di euro.
Tutti tranne Angela Mancuso, insegnante in un istituto d’arte. «Troppo tardi», le è stato detto. Lei si è rivolta alla Corte dei conti, e poi alla Consulta. Scatenando un putiferio di sentenze contrapposte, e ancora in attesa di una risposta. Chissà cosa penserà di Ermanna Cossio, bidella friulana in pensione a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio. O di Francesca Zarcone da Lissone, collega della Cossio, che ha smesso di lavorare dopo meno di un anno dalla sua assunzione grazie a 14 anni e qualcosa di contributi raccattati tra una supplenza e una tappezzeria. Entrata in ruolo nel settembre ’82, presentò domanda di pensione (e di ricongiungimento con gli anni passati in negozio), ad agosto era già a casa. Con l’equivalente di circa 16mila euro versati a fronte dei 250mila circa incassati fino a ieri, e quasi altrettanti le spetteranno, stando alla durata della vita media. Con buona pace delle casse dello Stato.
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