Franceschini: «Il Pd logora chi ce l’ha E alle primarie io non mi ricandido»

RomaCos’hanno in comune Romano Prodi, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli e Walter Veltroni? Semplice, sono stati «leader logorati». È andata così per quindici anni, a causa di quel «maledetto logoramento» che ha colpito prima l’Ulivo, poi il Pd. Chi lo dice? Dario Franceschini, neo-segretario «a termine» dei democratici, lesto a giurare, però, che adesso si volta pagina. D’altronde, «il nostro popolo non ne può più» del tafazzismo del centrosinistra. Ma ora «finalmente lavoriamo come una squadra».
Sarà. Peccato però che i risultati, stando ai sondaggi che il diretto interessato rifugge (a parole) con «orrore» - vedi l’ultima rilevazione dell’Ipr Marketing per Repubblica.it - diano il suo Pd in caduta libera, fermo al 22% dei consensi, 11 punti sotto rispetto al 33,2% ottenuto alle Politiche.
È solo colpa del «maledetto logoramento» che fu? Non si sa. Ma non c’è e non ci sarà più, garantisce Franceschini. Lo stesso che a Matrix ricorda che l’obiettivo della sua segreteria è reggere alle Europee di giugno. E «se riusciamo ad evitare che gli elettori del nostro campo prendano la strada dell’astensionismo o del voto di protesta verso altre forze del centrosinistra, per me sarebbe una soddisfazione personale, oltre che un bene per la democrazia».
Insomma, è «la prima verifica», che si lega al target personale: «Riuscire a contribuire a salvare il progetto». E se a crescere sarà il Pdl? «Sarebbe un male per il Paese: lo è sempre quando l’opposizione è troppo debole». Franceschini sembra convinto di quello che dice. Già, il leader Pd evita arzigogoli, anche se ogni tanto sembra esagerare, vista l’aria che tira. E così, proprio in chiusura di programma, lancia la sfida, tra gli scongiuri notturni magari di qualche telespettatore. «Io voglio un’opposizione che batta Berlusconi - attacca -, non mi interessa il 22, il 25 o il 28%, voglio che le Europee e le Amministrative siano la prima tappa di un percorso che ci porterà a sconfiggerlo».
A fine primavera il responso. In ogni caso, per Franceschini «c’è bisogno di facce nuove», da una parte e dall’altra. E «il nuovo segretario del Pd lo sceglieranno centinaia di migliaia di italiani con le primarie». E lui, al congresso di ottobre, che farà? «Il mio mandato è a termine e di garanzia», replica, e «non ho intenzione di ricandidarmi». Sicuro? «Sì». E poi, «questa situazione mi rende più libero». Tutto chiaro. Evidentemente, non va interpretata male una frase buttata lì, nella concitazione: «Io non mi faccio avanti».
Intanto, Franceschini rilancia la proposta degli «assegni di disoccupazione». Un punto su cui «andremo fino in fondo», un’ipotesi «fattibile», tanto che «abbiamo dimostrato che ci sono le coperture». Quindi, «se il governo vuole si può fare domattina». E sulla riforma previdenziale il Pd sarà pronto al confronto in Parlamento, assicura il segretario, che fissa però un paletto: «Non si può pensare che siano le donne le prime a pagare il prezzo di un riequilibrio dei conti», a meno che l’innalzamento dell’età a 65 anni sia una «scelta volontaria».
Pensioni e assegni, dunque, questioni chiave ma «diverse», da non mettere sullo stesso piano, visto che la seconda è «uno strumento d’urgenza per una situazione urgente». Anche se, per il 35% degli elettori Pd e Idv - secondo un sondaggio Ipos, che fotografa però pure un gradimento crescente nei confronti del segretario - rappresenta una «proposta demagogica». Tutta colpa dei tg che la raccontano così, risponde piccato il leader dei ds, a cui però fanno «orrore» i politici che agiscono in base ai sondaggi. «Io non ne guarderò uno fino alle Europee», promette. Cosciente che la scadenza del suo mandato arriverà «poco dopo giugno». E visto che alla sue spalle campeggia una locandina che riprende il titolo di un successo morettiano, «Caro Dario», Franceschini ci gioca un po’ su. «Mi piacerebbe continuare a girare con il motorino». Basterà ad esorcizzare il suo, di logoramento?