Franceschini: "Premier contro la Costituzione"

Alla sua prima uscita il segretario Pd svela le &quot;novità&quot;: la Resistenza (del papà) e l’antiberlusconismo militante. La replica del <strong><a href="/a.pic1?ID=330899">Cavaliere: &quot;Io non stravolgo la Costituzione, la sostengo&quot;</a></strong>. E su Franceschini piove già <strong><a href="/a.pic1?ID=330891">fuoco amico su di lui</a></strong>: &quot;E' un semileader, ce la farà?&quot;<strong><a href="/a.pic1?ID=330887"></a></strong>

Neanche la politica-champagne di Veltroni sarebbe arrivata a tanto. E stiamo parlando di un leader così immaginifico e pirotecnico che gli avversari (Alemanno docet) ritenevano persino capace di inventarsi una paradossale lista «fascisti per Walter». Ma è bastata la prima notte di potere a trasformare il cauto Dario Franceschini in un prestigiatore ansioso di estrarre dal cilindro quel coniglio che la base Pd, piegata da mesi di sconfitte, da già per bollito.

Suona quasi come una caricatura della sinistra ortodossa che fu la prima uscita del neoleader democratico, culminata ieri a Ferrara con una sparata contro Berlusconi, accusato di scarsa democrazia. Lezione che arriva da un capo partito appena insediatosi con il 91% dei consensi all’assemblea di Roma, un primato forse conteso dalla Repubblica Centro Africana del dittatore Bokassa.

Non si conosce ancora che Italia abbia in mente Franceschini, ma di certo sappiamo quale attribuisce al presidente del Consiglio indicato dagli elettori: «Ha in mente un paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione a cui ha giurato fedeltà». Una cosa leggera, da niente, soltanto accuse da ergastolo, un aperitivo per fare vedere ai compagni di che pasta è fatto. Applausi, sguardi convinti d’assenso tra il pubblico, anzi ci sarebbe voluta la travolgente marcetta dalla banda che suggellava le parole finali di Peppone.

Negli immaginari manifesti che annunciavano il comizio volante nella sua Ferrara, mancava solo il tradizionale «vermuth d’onore» che una volta chiudeva l’esibizione oratoria di attempati leader dell’Anpi. Franceschini nell’ansia di stupire i suoi smarriti militanti è riuscito ad arruolare un baby partigiano di 51 anni: se stesso. Ed ecco il «re Franceschiniello» (copyright del «Riformista») trasformarsi nel comandante Dario per surriscaldare gli animi e rianimare volti che non s’illuminano dalla contestata vittoria di Prodi del 2006. Il nuovo che avanza per l’eterno giovane Franceschini, nato 13 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è vestire i panni di un comandante di brigata, un copione da usato sicuro in Emilia Romagna. E così ispirato, ha scelto di presentarsi a fianco del padre Giorgio (87 anni), che almeno in guerra e in montagna ci è andato sul serio. Ma questo Dario, volto ufficiale di un partito spacciato come un clone dei democrat americani, che ritorna agli anni ’40 per rafforzare la sua fragile sedia di vimini, pare ancora più disperato dal predecessore Veltroni, finito a gironzolare per Roma nel giorno dell’assise Pd.

Forse il senso del limite impedito al comandante Dario di presentarsi davanti al cippo degli Estensi (teatro di un massacro nazifascista del 1943) con un fazzolettone al collo. Ma la cravatta vermiglia e il teatrale giuramento sulla logora copia paterna della Costituzione sono stati i momenti clou della rappresentazione. Ha tentato di distinguersi per l’ardimentosa giacchetta in un pomeriggio non tiepido, a giudicare dai cappottoni sfoggiati dal papà e da Pierluigi Castagnetti. Un leader «fresco» almeno nell’aspetto per smentire i soliti detrattori che l’hanno sempre dipinto come un anziano precoce, nonostante l’aspetto vacillante tra Harry Potter e il timido presidente del Chievo Campedelli. Ma strattonato dai prodiani di Parisi e già messo sotto tutela dal dalemiano Bersani, il leggenDario erige il suo primordiale pantheon senza acquistare cemento e mattoni: tanto per arrivare fino a ottobre bastano un po’ di das e di cartapesta. E dentro ci mette i suoi due modernissimi cavalli di battaglia: la Resistenza (finita il 25 aprile 1945) e l’Antiberlusconismo (iniziato il 26 gennaio 1994 con la discesa in campo del Cavaliere). «È il momento in cui tutti gli italiani comincino una lunga battaglia per difendere la democrazia italiana» ha chiamato a raccolta. Non più della brutta copia di un Di Pietro che ringhia da mattina a sera contro il Cavaliere, senza almeno andarsi a impelagare nelle tragedie dell’Italia occupata e liberata. A meno che la vera Resistenza del comandante Dario non sia esclusivamente la sua. Quella contro i soliti noti del Pd che gli hanno già applicato sulla schiena il bollino con la scadenza.