Francesco Ruffini, sì all’Europa no al nazionalismo

Immune da qualsiasi dogmatismo, il filosofo bolognese ha sempre anteposto l’etica della libertà a ogni liberismo economico

Oggi che il problema della costruzione di un nuovo ordine mondiale torna a imporsi, vale la pena di ricordare Francesco Ruffini, intellettuale liberale, laico ma non laicista, giurista di fama internazionale, uno dei dodici professori universitari che nel 1931 rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo. Utile a questa restituzione della memoria è la raccolta dei suoi scritti, Guerra e dopoguerra. Ordine internazionale e politica della nazionalità, a cura di Andrea Frangioni (Rubbettino, pagg. 269, euro 8). Il volume, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma, raccoglie i contributi di Ruffini, relativi al dopoguerra, quando la comunità internazionale si sforzava di restaurare l’antico diritto pubblico europeo. Ruffini, che pure nel 1915 sostenne la necessità dell’intervento italiano, dopo le ostilità si impegnava a fornire il suo contributo al ripristino di un equilibrio politico globale, minacciato dall’irrompere di nuovi e vecchi nazionalismi. Ciò comportava qualche concessione ai progetti di pacificazione mondiale del presidente statunitense Wilson, che sacrificavano le aspettative del nostro Paese a vedersi attribuire una sfera di espansione sul litorale adriatico orientale, verso Balcani e Levante.
Per Ruffini quel sacrificio valeva l’oro della posta, se grazie ad esso si fosse riusciti a costruire una salda stabilizzazione internazionale, basata sulla sconfitta degli imperialismi e degli autoritarismi, sull’affermazione degli ordinamenti liberaldemocratici, sul rispetto di un principio di nazionalità inconciliabile con il vecchio sciovinismo. La pace in Europa avrebbe infatti saputo contenere le spinte eversive della rivoluzione bolscevica, che minacciavano di comunicarsi alle regioni centro-orientali del Vecchio continente. Nel delineare questo programma, Wilson aveva compreso che nessun equilibrio si poteva raggiungere «in assenza di una vera fratellanza tra i popoli, liberi e indipendenti», e senza che una Società delle nazioni venisse istituita per garantire protezione ai suoi membri, ponendo sullo stesso piano i diritti di piccoli Stati e grandi Potenze.
Di diverso parere era Benedetto Croce, che, prevedendo che «le teorie della giustizia, le quali abbiamo tanto gridato» avrebbero nuociuto all’Italia nelle future trattative di pace, esprimeva riserve sul voler trasportare «nella vita internazionale quel meccanismo ideale di eguaglianza, che non si è riuscito mai di attuare nei singoli Stati». Anche Gentile, inflessibile critico del pacifismo wilsoniano e contrario ai principi ispiratori della Società delle nazioni, sosteneva che il possesso italiano delle rive orientali dell’Adriatico era giustificato dalle ragioni «dell’utile e della difesa». Persino Ugo Ojetti, che pure con Amendola e Borgese aveva fornito i motivi alla campagna di stampa contro le pretese italiane sulla Dalmazia, irrideva alle virtù taumaturgiche della diplomazia di Wilson («tiranno assoluto o dio, di là dall’oceano»), la cui «correttezza politica» finiva per incoraggiare vecchi alleati e nuovi avversari a perseguire un’opera di diminuzione dell’Italia nel concerto europeo.