Franchi, ritratti dei poeti da giovane

Di Raffaello Franchi, fiorentino d’Oltrarno (1899-1949), collaboratore della rivista Solaria, sono ormai in pochi a rammentarsi. Ragazzo prodigio, a 19 anni aveva già stampato 3 raccolte di poesia (quella d’esordio, Ruscellante, nel 1916!) ed era andato volontario nella Grande Guerra. Intrattenne rapporti quasi da pari a pari con artisti e scrittori ch’erano, sì, giovani, ma non adolescenti, come invece risultava Franchi, perlomeno all’anagrafe. Il suo curricolo di narratore si avviò nel 1924 con Pocaterra. A tal vena riconobbe validità un illustre italianista, Benjamin Crémieux, citando il Nostro con onore nel ’28 in un panorama della nostra letteratura contemporanea. Amico dei poeti, come recita un suo titolo del ’27, Franchi seppe capitalizzare questi legami. Adesso - a cura di Paolo Senna - San Marco dei Giustiniani ci ripropone Istmo. Ritratti letterari (pagg. 76, euro 9): 13 profili, non solo di poeti e prosatori - Palazzeschi, Cicognani, Bacchelli, Cecchi, De Robertis, Giuliotti, Linati, Govoni, Montale, Timpanaro - ma anche di pittori (Carrà, De Chirico, Morandi). Quando apparve nel 1942, nelle edizioni di «Lettere d’oggi», il libro conteneva alcuni disegni di Rosai e in copertina uno di Gentilini. Nel 1942 la cosiddetta «prosa d’arte» era al tramonto ma rimaneva ancora agevole apprezzare il contributo che a quel modulo elegante fornivano i brevi articoli di Franchi, opportunamente bilanciati fra il registro della memoria e il gusto per la formula che vorrebbe fissare un’indole (magari una mania) d’uomo, d’artista. Spigolando nella serie, ecco emergere il quindicenne Raffaello che nel ’16, ammesso in casa del già famoso Carrà, maldestramente vi rompe una porta a vetri. L’episodio ha uno strascico di malumori e superstizioni, finché il generoso, ostinato Medardo Rosso non impone al collega, sovvenzionandolo di tasca propria, il ripristino del «gran vetro». E poi De Chirico, eternato nel ricordo mentre tiene con sublime leggerezza fra le dita, per regalarlo a Franchi, «il quadretto di un cavallo fuggente» («mi parve», lui rievoca, «gli s’impennasse via dalla coda»). Irrompe, nel più felice di questi ritratti, la definizione di un Palazzeschi ch’è «soprattutto all’avanguardia di se stesso». Abnorme la sua alacrità: «Lavora duro, lavora sempre, ma non sa, non si accorge di lavorare. Al tavolo da lavoro, è una anima buttata oltre il corpo sul foglio bianco». Quanto a De Robertis, è diventato un «generale alla conquista della letteratura italiana contemporanea alla patria della gioventù», e per quest’impresa merita gli augurî. E se di Govoni si testimonia che al tempo della Voce era un «randellante entusiasta le siepi del mondo col bordone della poesia», per Montale è certo che «quindici anni di vita fiorentina nulla hanno potuto» sopra i suoi «caratteri ligustici», «paragonabili a una pietra, a un fiore della sua terra, che trasportati restassero espressivi di luce, capaci di una sopravvivenza totale». Sono pagine abili e mosse, quelle di Franchi: con qualche ricercatezza di troppo. Ma il bello stile, attorno al ’40, era ancora un elemento imprescindibile. D’altronde, come censurarlo, se da simili elaborazioni traluce pur sempre la sensibilità del critico? È così dove racconta di questa splendida amicizia d’anteguerra: «... mi pareva giusto che alle stanze» bolognesi del giovane Bacchelli, «discretamente principesche salisse il pittore Morandi, allora intento in una sua certosina pazienza, a delineare e stampare all’acquaforte strane forme vegetali, astratte foreste di legnose e succose carrube. Dal suo studio di Fondazza, coperto di vera polvere, veniva a portare le proprie opere nel clima della loro trascendenza più propria, nel tuffo di quella polvere immateriale...».