La Francia accusa l’Iran: vuole l’atomica

La Rice: «Teheran banca centrale del terrorismo». Merkel ottimista: «Possibile un’intesa diplomatica»

Alberto Toscano

da Parigi

«Il programma nucleare iraniano è militare e clandestino», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy scatenando un putiferio di polemiche e dimostrando la sostanziale sintonia esistente tra Parigi e Washington di fronte alle ambizioni atomiche di Teheran, che la settimana scorsa aveva annunciato la ripresa dell’arricchimento dell’uranio. Il titolare del Quai d’Orsay ha usato un’espressione insolitamente dura nei confronti del regime iraniano. Ha detto: «Le cose stanno oggi in modo molto semplice: nessun programma nucleare civile può spiegare il comportamento degli iraniani sul terreno delle loro ricerche atomiche, che hanno dunque un carattere militare e clandestino».
Douste-Blazy ha aggiunto: «La comunità internazionale ha inviato a Teheran un messaggio molto forte, dicendo agli iraniani di tornare alla ragione e di sospendere qualsiasi attività nucleare, come l’arricchimento e la conversione dell’uranio; purtroppo loro non ci hanno ascoltati». Conclusione del ministro: «Adesso tocca al Consiglio di sicurezza dell’Onu dire che cosa intenda fare e quali mezzi intenda adottare allo scopo di controllare, gestire e chiudere questa terribile crisi di proliferazione nucleare, unilateralmente provocata dall’Iran».
Immediata la reazione di Ali Larijani, responsabile dei negoziati nucleari iraniani con la comunità internazionale. Interrogato dalla radio France-Inter, ha candidamente affermato che il governo di Teheran «non vuole la bomba atomica» e ha situato la scelta di riprendere l’arricchimento dell’uranio in una prospettiva puramente civile: per disporre di una nuova fonte energetica. «A noi interessa solo disporre dell’energia nucleare», ha affermato. Larijani ha criticato Philippe Doustre-Blazy, a suo avviso colpevole d’essersi espresso in termini tutt’altro che diplomatici.
Verissimo. Parigi non vuole affatto dare un’impressione d’ambiguità sul terreno della proliferazione nucleare. L’atteggiamento dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea), che ha messo il dossier nucleare iraniano nelle mani del Consiglio di sicurezza, è condiviso sia dagli Usa - che col segretario di Stato Condoleezza Rice parlano di «segnale di fermezza lanciato dalla comunità internazionale all’indirizzo di Teheran» - sia da altri membri permanenti, come la Francia, la Gran Bretagna e la stessa Cina, che si è detta ieri favorevole al «mantenimento del regime internazionale contrario alla proliferazione nucleare» e che ha auspicato una «soluzione diplomatica» della crisi.
Chi immaginava il ripetersi di un braccio di ferro tra Francia e Stati Uniti, com’era accaduto nel caso della crisi irachena, è stato smentito dai fatti. Parigi vuole impedire lo sviluppo di un programma nucleare «clandestino», come dice Douste-Blazy, e palesemente motivato da considerazioni di ordine militare. Proprio ieri la Rice si è espressa in termini durissimi, definendo il regime di Teheran «una banca centrale del terrorismo internazionale». E ha aggiunto: «Una delle sfide maggiori che dobbiamo affrontare è la politica di destabilizzazione che il regime iraniano pratica nella regione più fragile e vulnerabile del mondo». Secondo la Rice, «è inquietante vedere che l’Iran, in combutta con la Siria, destabilizza il Libano, i territori palestinesi e anche l’Irak meridionale».
In questo contesto sembra strano che la cancelliera tedesca Angela Merkel si sia dichiarata ieri «molto ottimista» sulla possibilità di trovare un accordo con Teheran. Ma la sua dichiarazione non dice che cosa la comunità internazionale dovrebbe fare se l’Iran continuasse a rifiutare ogni compromesso. Il suo «ottimismo» sembra nascondere il ricorso a minacce esplicite di sanzioni internazionali nel caso in cui Teheran non smetta di sfidare il resto del mondo.