Francia, addio alla pubblicità sulla tv di Stato

La riforma voluta dal presidente Sarkozy ha creato un forte dibattito nel Paese: tra i critici non ci sono soltanto i partiti d’opposizione, ma anche molti esperti di comunicazione. Le
interruzioni scompariranno nella fascia di maggiore ascolto

Parigi - «È un grande giorno», tuona Frédéric Lefebvre, portavoce ufficiale dell’Ump, Union pour un Mouvement populaire, il partito che Nicolas Sarkozy controlla strettamente anche dopo essere entrato all’Eliseo. Dal punto di vista degli esponenti dell’Ump e di quelli del governo, la riforma del sistema televisivo pubblico, con la cancellazione graduale degli spot dalle reti appartenenti allo Stato, costituisce una svolta «storica» e una dimostrazione del fatto che Sarkozy è veramente riuscito a imporre la «rottura» con il passato. Tra i critici non ci sono soltanto i partiti d’opposizione, ma anche molti esperti di comunicazione, che considerano assai poco significativa e persino pericolosa una riforma basata sulla fine della pubblicità dalla programmazione di France 2 e di France 3, che sono i principali canali della televisione pubblica transalpina.
Sta di fatto che da ieri sera gli spot sono scomparsi su France 2 (corrispondente alla nostra Rai uno) sulla fascia oraria di maggiore ascolto, ossia a cavallo del telegiornale delle 20.

In altre fasce orarie qualche spot c’è ancora, visto che l’eliminazione della pubblicità sarà graduale. Ma comunque la riforma voluta da Sarkozy prevede per i prossimi mesi la fine completa di questo tipo di messaggi a pagamento dai canali televisivi pubblici.

Un po’ tutti si fanno la stessa domanda: a chi giova? La risposta ovvia è: alle tv private. In Francia la privatizzazione televisiva è avvenuta nel 1987, quando è stata ceduta dallo Stato la prima rete nazionale, Tf1. Ad acquisirne il controllo è stato il gruppo di costruzioni allora guidato dal mitico imprenditore transalpino Francis Bouygues (un uomo partito dalla gavetta e diventato uno dei principali costruttori mondiali). Oggi Francis è morto e il timone del gruppo (attivo anche nelle telecomunicazioni) è nelle mani del figlio Martin Bouygues, grande amico del presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy. I francesi, abituati a considerarsi come censori della situazione dell’informazione esistente negli altri Paesi, si trovano oggi ad avere la principale rete televisiva nazionale (appunto Tf1) non solo gestita dagli amici dell’Eliseo, ma addirittura favorita dal governo attraverso un provvedimento che toglie pubblicità (e dunque risorse) al concorrente pubblico.Ma c’è di più. La riforma del sistema televisivo pubblico, che entra quest’anno in vigore, assegna al capo dello Stato, ossia a Sarkozy, il diritto di scegliere e di nominare il presidente di France Télévisions, ossia in pratica della Rai alla francese (almeno per quanto riguarda la tv). E neanche questo basta. La stessa legge assegna a Sarkozy il diritto di revocare a suo piacimento quel presidente da lui stesso nominato. In pratica l’Eliseo disporrà di un’influenza rilevante sia sul maggior gruppo televisivo privato nazionale (Tf1, che controlla anche altri canali di rilievo, come la rete di informazioni continue Lci) sia un gruppo televisivo pubblico, che riunisce in particolare i canali France 2 e France 3 (che ha un grande radicamento a livello regionale). Si capisce bene che anche all’interno dell’Ump, alcuni personaggi non proprio sarkozisti al cento per cento siano perplessi di fronte alla nuova riforma.

La fine della pubblicità sui canali televisivi appartenenti allo Stato è stata annunciata a sorpresa dal presidente Sarkozy esattamente un anno fa. Era l’8 gennaio e all’Eliseo era in corso un’affollatissima conferenza stampa d’inizio anno. I seicento giornalisti erano andati all’appuntamento soprattutto per sapere se Sarkozy avrebbe parlato o no del suo legame, allora non proprio ufficiale, con Carla Bruni. Cercando di depistare l’attenzione della stampa, il presidente tolse dal cilindro la novità sorprendente della nuova legge televisiva, con tanto di promessa di cancellare la pubblicità dalle reti statali. Adesso siamo al dunque.