La Francia chiede un vertice Ue sulle truppe da inviare in Libano

Mercoledì a Bruxelles i partner tenteranno di smussare le divergenze sull’impegno chiesto dall’Onu

Salvo Mazzolini

da Berlino

Settimana decisiva per la forza di pace dell'Onu in partenza per il Libano. Mercoledì a Bruxelles, su richiesta della Francia, si terrà un vertice europeo che dovrà sciogliere una serie di nodi per poi permettere a Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite, di dare il via definitivo alla missione: quanti Paesi europei ne faranno parte, quale sarà il loro contributo in termini di uomini e mezzi, chi assumerà il comando della spedizione e sopra tutto quali saranno le regole di ingaggio, cioè i compiti dei caschi blu.
Tutti temi sui quali i grandi Paesi europei si presentano all'appuntamento con posizioni contrastanti, fortemente determinate da difficoltà interne, che rischiano di ridurre l'efficacia della missione prima ancora del suo arrivo in Libano. Nel progetto iniziale il contributo europeo avrebbe dovuto costituire lo zoccolo duro della forza di interposizione tra Libano e Israele anche perché il governo di Gerusalemme ha sempre chiarito, e lo ha ribadito ieri, che non accetterà la presenza di caschi blu appartenenti a Paesi che non riconoscono lo Stato israeliano (come Indonesia, Malesia ed altri Paesi musulmani che hanno segnalato la loro disponibilità).
E nello schieramento europeo, il ruolo di punta, la spinta dorsale, doveva essere affidato ai reparti dei tre grandi Paesi dell'Unione, Francia, Germania e Italia (la Gran Bretagna fin dall'inizio si è dichiarata disponibile solo per compiti ausiliari). Ma il quadro iniziale è rapidamente cambiato. Il primo Paese a fare marcia indietro è stato la Germania adducendo ragioni storiche: per il loro passato i tedeschi non possono rischiare di trovarsi in situazioni che li costringano a sparare sugli israeliani. E subito dopo ha fatto marcia indietro anche la Francia, perché si è accorta che le regole di ingaggio contenute nella risoluzione delle Nazioni Unite (di cui Parigi è coautrice) non sono chiare: aveva promesso cinquemila uomini, per il momento ne invia solo duecento.
A questo punto l’unico Paese deciso a fornire un contributo sostanziale è l'Italia intenzionata a mettere in campo duemila caschi blu: molto per le nostre possibilità, ma poco per parlare di un forte impegno europeo. Riuscirà il vertice di Bruxelles a compiere il miracolo e a riproporre le condizioni per una partecipazione più incisiva di Francia e Germania?
I segnali che vengono da Berlino sono negativi. La cancelliera Angela Merkel continua ripetere che le ragioni storiche obbligano la Germania ad un impegno di basso profilo. In realtà ci sono anche altre ragioni: la Merkel è in forte calo di popolarità e le missioni militari all'estero non piacciono alla maggioranza dei tedeschi. Quindi niente invio, come inizialmente promesso, di reparti per pattugliare i confini siro-libanesi, ma soltanto una o due fregate lungo le coste del Libano per impedire gli sbarchi di armi alle milizie di Hezbollah.
Quanto alla Francia, l'unico segnale positivo è il fatto stesso che Parigi abbia chiesto il vertice. Ma nulla fa pensare che il presidente Jacques Chirac intenda mettersi in conflitto con i suoi vertici militari che, in base alle passate esperienze dei caschi blu nella ex-Jugoslavia, ritengono che il mandato dell'Onu avrà il solo effetto di mettere in pericolo la vita dei soldati senza la sicurezza di imporre il rispetto della tregua. Un quadro che non induce all'ottimismo ed espone l'Italia al rischio di essere il Paese che alla fine rimane con il cerino in mano.