La Francia ci scippa il sarto dei presidenti

Il colosso Ppr compra Brioni, lo stilista che veste Mandela, Obama e Napolitano e anche 007. Adieu a un altra griffe italiana che ha fatto la storia

Alla fine sono volati gli stracci. Così succede nelle migliori famiglie, ma se gli eredi di Nazareno Fonticoli - sarto dell’antica città abruzzese di Penne - e dall’imprenditore Gaetano Savini non fossero usciti dalla strada tracciata in via Barberini a Roma, oggi ci troveremmo ancora con un marchio di lusso in più. E invece no: crisi familiari - si dice - sommate alla crisi economica, ed ecco allora che anche Brioni finisce in Francia. E siccome l’alta sartoria italiana era diventata lo status symbol di James Bond (in Casino Royale Daniel Craig indossa per una partita di poker un impeccabile smoking nero con rifiniture in ottomana di seta, bottoni speciali in corno e revers a lancia ricoperti di grosgrain), qualcosa si doveva intuire, visto che per il ventitreesimo episodio di 007 prossimamente sui nostri schermi è stata scelta Berenice Marlohe. Modella - appunto - d’oltralpe.
Insomma, abbiamo ceduto al gruppo di Ppr, quello di François-Henri Pinault, un nuovo pezzo della nostra moda e della nostra storia. E questa volta fa più male perché Brioni era diventato negli anni uno dei veri simboli del made in Italy. Fondato nel 1945 e dedicato all’isola croata tanto cara a Josip Broz Tito che ci fece costruire una residenza diventata in quei tempi meta del jet set internazionale, l’azienda formato famiglia aveva trovato in Abruzzo il cuore dei suoi dettagli, tanto da dotarsi di uno chef mastertailor, ovvero del caposarto pronto a girare il mondo per arrivare in casa dei clienti sempre più esclusivi. E infatti nel corso degli anni gli abiti e gli accessori Brioni sono finiti addosso a gente come Nelson Mandela, Barack Obama, Giorgio Napolitano, così come al Prìncipe Andrea d’Inghilterra, al Sultano di Malesia, fino al re della panchina, al secolo Josè Mourinho. Tutti attratti dalla qualità che sono l’Italia sa dedicare a un vestito: a Penne infatti ancora oggi lavorano 1650 dipendenti con 400 maestri sarti e - appunto - lo chef per confezionare vestiti che sono, se non opere d’arte, quantomeno d’ingegno. Per fare un abito Brioni difatti servono dalle 18 alle 22 ore, dai 5 ai 7mila punti a mano e fino a 220 passaggi di lavorazione dei quali solo 80 di stiratura. La perfezione dunque, e non a caso gli smoking che escono da Penne - perfino quelli femminili - vengono considerati la risposta italiana a quelli di Yves Saint Laurent. O almeno lo erano.

Adesso però tutto cambia, Brioni prende l’accento sull’ultima «i» e se ne vola a Parigi, in buona compagnia peraltro. La crisi si era già intravista in occasione della prima linea femminile firmata da Alessandro Dell’Acqua, arrivata sulle passerelle di Milano e finita fuori produzione in soli tre mesi. Poi appunto l’addio dell’amministratore delegato Andrea Perrone e i primi rumors di vendita, confermati poi ieri da Pinault in persona: «Abbiamo acquistato il 100% marchio dalle famiglie Fonticoli e Perrone, ma non al prezzo di 350 milioni di cui si è letto. Diciamo un prezzo molto buono sia per il venditore sia per il compratore». Amen.
Certo, c’è un minimo di consolazione, perché come conclude Pinault «quando Ppr decide di rilevare un’azienda non la selezionia in base a criteri di nazionalità bensì anche di tradizione, esclusività, appeal di marchio d’altissima gamma, unico e prestigioso, con fortissime potenzialità nei mercati emergenti, soprattutto asiatici, dove l’abbigliamento maschile di lusso cresce a ritmi importanti». Questo per dire che Brioni è sempre Brioni. Però poi nulla sarà più come prima: a nome di Nazareno Fonticoli restano una fondazione e una scuola di sartoria che attira studenti fin dall’Inghilterra, ma il marchio che lo ha reso famoso oggi non parla più italiano. Solo due anni fa Antonella De Simone, una delle sue nipoti, spiegava così il successo di Brioni tra i capi di stato e i vip di tutto il mondo: «La moda italiana è la prima nel mondo: noi eccelliamo in preziosità dei materiali, leggerezza, comfort insuperabili». Adesso però sono volati gli stracci e lo smoking di James Bond se nì andato in Francia. Lo strappo insomma è fatto. E stavolta è a prova di chef.