In Francia le critiche al ’68 scatenano un quarantotto

Parigi - Profuma di polemiche sessantottine la campagna elettorale francese in vista del ballottaggio presidenziale, in calendario per domenica. Ad aprire la danza è stato il candidato dell’Union pour un Mouvement populaire (Ump) Nicolas Sarkozy, che continua ad avere il favore dei sondaggi (52 per cento) e che l’altroieri ha ironizzato su quella che considera una caratteristica fondamentale della cultura sessantottina: predicar bene e razzolare male. «Tanti sessantottini continuano a sommergerci con i loro bei discorsi, che stridono clamorosamente col loro modo di agire», ha detto Sarkozy. Poi ha riassunto in queste parole il messaggio dei rivoluzionari da salotto: «Fate quello che diciamo noi, ma non quello che facciamo noi». Ormai da mesi Sarkozy è oggetto di una campagna durissima da parte sia dei socialisti che dell’estrema sinistra. Nel caso della trotzkista Arlette Laguiller, che è stata candidata a tutte le sei ultime elezioni presidenziali, si è sfiorato persino il paradosso: mai (neppure quando nel 2002 il leader dell’estrema destra Jean-Marie Le Pen era riuscito a qualificarsi per il ballottaggio) l’esponente trotzkista aveva dato indicazioni di voto ai propri elettori in vista del secondo turno, ma stavolta ha chiesto loro di esprimersi «contro Sarkozy». Come dire che un certo estremismo di sinistra considera Sarkozy addirittura più pericoloso di Le Pen.
Nella danza delle critiche a Sarkozy c’è il tema del proporzionale. Nel 1985 il presidente François Mitterrand introdusse il proporzionale al posto del maggioritario a doppio turno nella scelta dei deputati. Lo fece con un’intenzione precisa: indebolire il centrodestra facendo entrare in Parlamento deputati dell’estrema destra di Le Pen. Così accadde. Da quel momento nessuno (fino a queste elezioni presidenziali) è più riuscito a fermare la crescita di Le Pen. Sarkozy ha ipotizzato adesso l’introduzione di una dose di proporzionale per il rinnovo del Parlamento. Ieri Ségolène Royal è partita alla carica accusandolo di voler aiutare Le Pen. Il paradosso sta nel fatto che la stessa Royal ha espresso l’intenzione di introdurre una quota proporzionale. La Royal intende fare in quel modo un regalo ai Verdi e all’estrema sinistra, ma il discorso è lo stesso: ambedue i candidati sono orientati verso una sorta di «Mattarellum alla francese». Ma riescono a polemizzare ferocemente tra loro anche quando vogliono sostanzialmente la stessa riforma.
Alle 20 di domenica la Francia conoscerà il nome del suo nuovo presidente, che assumerà il potere dieci giorni dopo e che nominerà un nuovo primo ministro (Dominique Strass-Kahn nel caso di Ségolène Royal; François Fillon o Jean-Louis Borloo in quello di Nicolas Sarkozy). A metà giugno i francesi torneranno alle urne per eleggere i 577 membri dell’Assemblea nazionale e in quell’occasione si vedrà se il nuovo inquilino dell’Eliseo dispone o no di una solida maggioranza a Palazzo Borbone. Una parte della risposta a questo interrogativo dipenderà dal comportamento dei centristi, che il 22 aprile hanno ottenuto una vittoria di Pirro: il loro candidato Bayrou è stato escluso dal ballottaggio pur avendo ottenuto un lusinghiero 18,7 per cento dei voti. Poi Bayrou si è spostato verso la socialista Royal, pur senza dare esplicite indicazioni ai propri elettori. Al tempo stesso è stato abbandonato dai deputati del suo partito (l’Udf, Union pour la Démocratie française), che hanno annunciato il loro sostegno a Sarkozy. Persino due fedelissimi come il capogruppo Udf all’Assemblea nazionale, Hervé Morin, e l’eurodeputato Jean-Louis Bourlanges, che ha costruito le convergenze con la Margherita italiana, hanno scelto di sostenere esplicitamente Sarkozy. Pirro-Bayrou è rimasto più solo che mai, anche se in testa ha un’aureola con scritto 18,7 per cento. Solo col suo programma: archiviazione della vecchia Udf e costituzione del Partito democratico francese.
Non si sa chi lo seguirà su questa strada. La quasi totalità dei 29 deputati uscenti dell’Udf ha dato o si prepara a dare indicazioni di voto per Sarkozy, circostanza che garantirà loro l’assenza di rivali a destra nella propria circoscrizione elettorale in occasione delle elezioni di giugno (in pratica è la garanzia della rielezione). Quanto al Partito democratico, è possibile che ottenga un numero ridottissimo di deputati, a meno che Bayrou stipuli una vera e propria alleanza con i socialisti. Un colpo durissimo per Pirro-Bayrou è venuto ieri dal suo principale rivale in seno all’Udf: il ministro dell’Educazione nazionale Gilles de Robien, che ha annunciato l’intenzione di mantenere in vita l’Udf malgrado la partenza del suo attuale presidente. «François Bayrou scappa dalla nave e abbandona le sue truppe», dice Robien, che così conclude: «Il fatto che lui abbia deciso di occuparsi dei suoi interessi non ci impedirà di continuare a credere nell’Udf e nei suoi valori».