La Francia al D-Day della moda In passerella trionfa l’America

Chanel fa sfilare la bandiera a stelle e strisce Pilati, il designer italiano di Yves Saint Laurent, riscopre lo stile «radical chic»

da Parigi

Nel firmamento della moda francese brillano le stelle di Stefano Pilati per Yves Saint Laurent e di Karl Lagerfeld per Chanel. C’è una distanza siderale tra le due collezioni presentate in questi giorni a Parigi. La sfilata del giovane stilista italiano recentemente riconfermato alla direzione artistica di Saint Laurent, forse non era perfetta in tutte le sue parti ma senza dubbio aveva carattere e modernità, un punto di vista strettamente personale sulla mistica del marchio. Quel che s’è visto su un filmato girato di straforo da Chanel (la maison non apprezza le critiche, ma il dovere di cronaca c’impone trucchi ed escamotage) sembrava invece una resa incondizionata ai simboli dell’America da fast food. «È un vizio di cui la vecchia Europa non si riesce a liberare», dicevano i più colti tra gli addetti ai lavori ricordando che svariati anni fa Umberto Eco scrisse Lettera dai confini dell'impero. La signora Chanel vestita a stelle e strisce con le scarpe dotate di borsellino alla caviglia (il modello in questione si chiama Skeletto forse perché ha anche i tacchi a forma di scala) non aveva quella sottile ironia che ci si aspetta da un immenso creatore come Lagerfeld. C’erano comunque dei deliziosi tubini neri con le catene infilate nelle grosse borchie degli anelli passavela. Ma perfino i compratori d’oltreoceano si sono detti perplessi dalla svolta filoamericana del marchio delle due C.
Invece Pilati ha lavorato con molto rispetto sull’iconografia della griffe (c’era perfino lo storico logo YSL disegnato nel 1963 da Cassandre), ma si è definitivamente liberato dall’eccessiva soggezione stilistica al grande Yves. Spariscono quindi fiocchi e volant ma compaiono nuove decorazioni in plexiglas colorato: grandi mostrine militari usate come puro elemento grafico mescolate a stelle della stessa misura. Queste ultime per il designer sono «un simbolo di futuro». E non a caso stellette, stelline e stellone brillano in nero sul delicato vestito bianco dalle classiche maniche sbuffanti. Però i tagli degli abiti (a trapezio davanti, circolari e più lunghi dietro) avevano un moderno dinamismo creando nuovi movimenti intorno al corpo femminile. Meno perfette le proporzioni tra i magnifici pantaloni alla caviglia e le giacche dalle spalle a pagoda, ma l’idea di trasformare il tipico blazer maschile in un lineare gilet dai grandi revers era estremamente elegante. Interessante l’uso del logo come ironico gioiello tanto su alcune scarpe quanto sul retro del gilet-collana che davanti aveva una preziosa cascata di stelle e mostrine.
A questo punto occorre dire che l’artistico minimalismo della collezione invernale ci era sembrato più incisivo. Però anche stavolta lo chic inteso come cultura brilla nella testa dell’elegante giovanotto che sta traghettando lo stile di Yves Saint Laurent nel terzo millennio. Resta da capire perché a volte la moda non riesca a liberarsi dalle sue vecchie dinamiche. Prendiamo il caso della collezione di Jean Charles de Castelbajac: una cacofonia di forme e colori ispirati da Cleopatra con la pretesa di far dell’ironia solo perché al posto del Vedi, Vidi e Vici lo stilista mette Vedi, Vidi e Voici. Quanto alla sfilata di Sonia Rikyel, non c’è molto da dire perché la bella maglieria sembra il minimo sindacale per quella che i francesi definiscono da 40 anni la regina della maglia. Inoltre l’idea di far ballare le modelle vestite da sera in rosa al suono di Paint it black dei Rolling Stones era antica come le piramidi. Ma l’anziana designer è una forza della natura. E vederla in passerella con la figlia mentre abbraccia il vecchio amico Michel Piccoli ci ha commossi fino alle lacrime.