La Francia darà una mano agli Usa in Irak

La via per una soluzione della crisi deve passare dal Consiglio di sicurezza

da Parigi

«L'essenziale per la Francia è ascoltare gli iracheni di tutte le comunità, dicendo al tempo stesso che la soluzione ai problemi del loro Paese non può che essere irachena, preservando la sovranità, l'integrità territoriale e la democrazia», afferma il ministro degli Esteri Bernard Kouchner, primo titolare del Quai d'Orsay a recarsi a Bagdad dal lontano 1988 e soprattutto primo esponente di rilievo della politica francese a compiere questo viaggio dall'intervento americano del 2003 contro Saddam Hussein.
In quell'occasione destra e sinistra francesi criticarono aspramente la politica medio-orientale di Washington e all'Onu il ministro degli Esteri dell'epoca (Dominique de Villepin, fedelissimo del presidente Jacques Chirac) attaccò l'amministrazione Bush con una veemenza che aveva pochi precedenti nella storia delle relazioni bilaterali. Fecero eccezione due personalità: Nicolas Sarkozy a destra e Bernard Kouchner a sinistra. Oggi il primo è presidente e il secondo ministro degli Esteri. Logico dunque che la Francia rilanci la propria politica medio-orientale passando per Bagdad, circostanza che offre agli Stati Uniti una sponda nella ricerca della via d'uscita dalla palude in cui sono andati a finire.
Kouchner fa tuttavia capire che alcune posizioni francesi non sono cambiate. Ecco il rilievo della frase secondo cui «la soluzione non può che essere irachena», pronunciata all'uscita dal colloqui col presidente Jalal Talabani.
Kouchner - che ha anche incontrato i due vicepresidenti Tarek al-Hachemi e Adel Abdel Mahdi e il primo ministro Nouri al-Maliki - ha sottolineato il suo attaccamento all'idea della riconciliazione tra le comunità irachene, decidendo di vedere il presidente della regione autonoma curda Massud Balzani. Quando Saddam Hussein massacrava curdi e sciiti, proprio Koucher fu uno degli uomini politici francesi più sensibili al destino di queste comunità. Adesso che è ministro degli Esteri, il fondatore di Medici senza frontiere insiste sul fatto che solo il ritorno dell'armonia tra le varie componenti del popolo iracheno può garantire la pace e l'integrità nazionale.
Rivolto agli Stati Uniti, il ministro francese dice una frase chiarissima, che accresce l'importanza della sua visita: «La pagina delle polemiche è voltata ed è l'ora di guardare tutti insieme verso il futuro». Comunque l'offerta di collaborazione francese non è un assegno in bianco: Sarkozy, che certo ha parlato anche di Irak nel suo recente colloquio con George Bush nel Maine, e Kouchner vogliono assolutamente riportare la crisi irachena nell'alveo del Consiglio di sicurezza dell'Onu e vogliono ripristinare in quella sede il peso della Francia in quanto membro permanente.
Le autorità irachene hanno vissuto come una boccata d'ossigeno il viaggio di Kouchner, che Talabani si è spinto a definire «un evento storico, destinato a spalancare la strada dell'amicizia franco-irachena». Un'amicizia di cui in passato si è parlato in un ben diverso contesto, a partire dal viaggio compiuto a Bagdad alla metà degli anni 70 da un primo ministro che si chiamava Jacques Chirac e dall'aiuto francese alla realizzazione della centrale nucleare poi distrutta dal bombardamento israeliano del 1981.
La storia delle ambiguità franco-irachene è lunga, ma Sarkozy e Kouchner vogliono voltare anche quella pagina, ovviamente preservando gli interessi di Parigi. Il premier Maliki ha fatto l'occhiolino all'ospite, alludendo agli interessi economici francesi nell'Iraq del futuro.
I francesi non sono i soli a rilanciare la loro diplomazia irachena. Una notizia sorprendente viene da Teheran, dove il sito web della tv pubblica ha confermato l'indiscrezione secondo cui il presidente Mahmud Ahmadinejad si recherà presto in visita nella capitale irachena. La circostanza è sorprendente e adesso si tratta di vedere se l'annuncio si materializzerà davvero (di solito, per ragioni di sicurezza, le missioni di personaggi di primissimo piano a Bagdad non vengono rese note in anticipo). Sarebbe stato Maliki, esponente della comunità sciita, a invitare il leader iraniano, una cui visita potrebbe condizionare anche le tesissime relazioni tra Teheran e Washington.