Francia declassataPer Sarkò colpo da koE ora rischia l'Eliseo

Il declassamento del rating della Francia avrà un impatto negativo sulla campagna per le presidenziali

E adesso per Nicolas Sarkozy la partita si fa disperata. La retrocessione della Francia, l’uscita dal club elitario della tripla A possono mettere davvero la parola fine alle residue speranze di rielezione. Ha ragione il suo consigliere economico Alain Minc ad attaccare S&P e in genere tutte le agenzie di rating, colpevoli di una bocciatura generale proprio quando l’Europa iniziava a vedere la luce in fondo al tunnel: «Fare una cosa così la settimana in cui i mercati europei si normalizzano significa che non abbiamo più a che fare con dei pompieri piromani, ma con persone dai gravi comportamenti perversi».

Tutto giusto, l’opinione è condivisa da gran parte dell’establishment continentale. Ma con ogni probabilità i francesi baderanno ad altro: all’amor proprio offeso e al portafoglio. Sì, perchè prima dell’immagine c’è la sostanza. E la sostanza potrebbero essere nuove manovre di bilancio per riassestare i conti pubblici (in deficit dal 1974) e ridurre la spesa pubblica, arrivata al 55% del prodotto interno, tra le più alte d’Europa. Il vertice d’emergenza convocato ieri all’Eliseo, con il premier François Fillon e i ministri economici, aveva come tema la risposta da dare a S&P. Ma sullo sfondo c’era il vero problema politico: come evitare che Sarkò nelle prossime elezioni di aprile-maggio diventi il primo presidente francese da Valery Giscard D’Estaing, nel 1981, a non guadagnarsi il secondo mandato.

Gli ultimi sondaggi, di pochi giorni fa, sono stati l’ennesima delusione: a guidare il gruppo è il candidato socialista François Hollande con il 27%, poi viene Sarkò con il 23,5%, infine la destra di Marine Le Pen tra il 19 e il 21%. Nel ballottaggio Hollande vincerebbe a mani basse: 57 a 43. Peggio che peggio: il grado di popolarità del Presidente tra i cittadini è al minimo storico del 30%, un picco negativo toccato solo nell’aprile dell’anno scorso. Per risalire il signor Carla Bruni sta facendo di tutto. Nei giorni scorsi ha fatto trapelare che pubblicherà un libro per spiegare la sua azione negli anni della presidenza.

Il trucco riuscì a Mitterand nella sua seconda campagna elettorale e Nicolas ha deciso di provarci. Sarkò parlerà all’uomo della strada, cercando di spiegare anche qualche gaffe. Come il viaggio sullo yacht dell’amico miliardario Bolloré o gli insulti a un contestatore incrociato in una fiera agricola. Per coprirsi a sinistra ha cavalcato la battaglia della Tobin tax, compiendo una svolta culturale e ideologica che ha del clamoroso. Fino a quando era leader del suo partito la bollava con parole di fuoco: «È un’assurdità che se decisa solo in Francia farebbe perdere migliaia di posti di lavoro». Adesso ha convinto mezza Europa a introdurla, chiarendo anche che lui la approverà comunque, a costo di essere l’unico.

Per frenare la crescita della destra di Marine Le Pen Sarkò ha invece adottato niente di meno che lo storico simbolo dell’orgoglio transalpino, Giovanna d’Arco, che è anche una delle icone più usate dal Front National. Il 6 gennaio, a 600 anni esatti dalla sua nascita, è andato in pellegrinaggio a Domremy, il villaggio sui Vosgi che ha dato i natali alla Pulzella d’Orlèans. Era la prima volta dal 1920 che un presidente francese non visitava la zona. È stato il culmine di un ciclo di incontri pubblici e di discorsi tutti improntati a orgoglio patriottico e perfino autarchia economica («Comprate francese!»).

La sua unica speranza sono i limiti dei concorrenti: Hollande, non guadagna nei sondaggi, e anzi, perde qualche cosa. Marine Le Pen ha impostato una campagna a base di manifesti sui lavoratori impoveriti dagli anni di Sarkò. Ma poi si è scoperto che l’operaio fotografato in primo piano nel poster più diffuso era un modello americano assoldato a caro prezzo e che le fotografie erano state scattate in Irlanda. I due, insomma, non fanno faville.

Certo, ora Nicolas deve spiegare ai francesi come mai in settembre dichiarava con atteggiamenti stentorei che il suo governo «aveva un obiettivo e un’obbligazione: conservare la tripla A». E che alla fine di dicembre, con la bocciatura delle agenzie di rating in avvicinamento, aveva già cambiato idea: «Un downgrading non sarebbe un problema insormontabile». Sarà un’impresa.