Francia e Italia, che bel «tête-à-tête»

Dal serrato confronto fra «sorelle latine» emerge una certezza: entrambe sono i posti migliori dove vivere

I lettori del Giornale conoscono bene Alberto Toscano, che li tiene al corrente degli avvenimenti francesi con cronache serie senza grigiore, piacevoli senza frivolezza. Dalla sua esperienza di inviato e di corrispondente, Toscano ha tratto un libro: France-Italie. Coups de tête, coups de coeur (editore Tallandier, pagg. 360, euro 21). Come avrete capito dal titolo, si tratta d’un libro scritto in francese e destinato al mercato francese: peccato. Mi auguro di vederlo stampato anche in Italia, e in italiano perché mette a confronto, anche attraverso minuzie (ad esempio le diverse scuole gastronomiche) due grandi Paesi e due grandi culture.
Toscano si sente ormai francoitaliano a tutti gli effetti - perfino nell’esercitare il diritto al voto - e dunque tratteggia le vicende delle sue due patrie con occhio affettuoso, comprensivo, però non compiacente. Ha tuttavia una certezza. Non esistono sul pianeta posti migliori dell’Italia e della Francia, per viverci. «Se i marziani arrivassero sulla Terra nel ventunesimo secolo - si chiede retoricamente Toscano nelle ultime righe del volume - dove vorrebbero stabilirsi per avere una vita tranquilla? Di sicuro in Francia o in Italia».
I bozzetti, gli aneddoti, le analisi sul carattere delle «sorelle latine» s’intrecciano in queste pagine alle note autobiografiche. Toscano ha esordito - tanti come lui - a Rinascita e all’Unità: ossia nell’ambito di quel Pci che al tempo egemonizzava, o almeno largamente controllava, l’intellighenzia. Di là, attraverso un percorso travagliato, è approdato a lidi moderati. Penso di non essere riduttivo se attribuisco un ruolo importante, nelle sue scelte, all’esigenza di rimanere a Parigi dopo essercisi stabilito, e dopo che se n’era innamorato. La Senna e le risaie del novarese sono i due poli d’una esistenza dedicata alla notizia.
Percorrendo questo libro ho provato maggior interesse per quelle sue parti che più specificamente sono dedicate ai francesi. Non perché le altre abbiano minore vivacità e acume, ma perché, come decine di milioni di abitanti della Penisola («la Botte», lo Stivale, la chiama ripetutamente Toscano) ho la convinzione, magari sbagliata, di sapere a menadito quali siano le virtù e i difetti dei miei connazionali. Ho anche lunga consuetudine con la Francia, ma non pretendo di conoscerla così a fondo. E in effetti Toscano me ne rivela, o piuttosto me ne illumina meglio, qualche aspetto fondamentale. Penso ad esempio al significato che ha, per i francesi, il termine citoyen. Che banalmente vuol dire cittadino, ma che nella sua essenza francese è qualcosa di molto più solenne, un’espressione d’orgoglio e di grandeur, una reminiscenza storica di fasti della rivoluzione francese e della Republique.
«Lo straniero - cito Toscano - è lacerato tra un sentimento d’ammirazione per una certa efficacia repubblicana e un sentimento di disagio per una certa prosopopea repubblicana. Ma poi capisce che questi due aspetti, la prosopopea istituzionale e la ricerca della maggiore possibile efficacia da parte del “pubblico” vanno insieme». Il termine citoyen era importante anche quando veniva evocato per pronunciare - vero, cittadino Robespierre? - una condanna a morte. Figlia dei lumi oltre che della presa della Bastiglia, la Francia ha il culto della laicità (insieme a quello della buona carne, da contrapporre alla pasta - i macaroni - che appassiona gli italiani). Tanto che nel 1990 - quasi nessuno se n’è accorto - la Francia e l’Italia hanno avuto una polemica per il denaro del Papa.
Mi spiego con le parole del libro: «Al momento della transizione verso l’euro, la Francia ritenne un’offesa ai suoi principi l’idea che delle monete con l’effigie del Santo Padre avessero corso legale sul territorio della Repubblica. Idea del tutto ipotetica perché gli euro del Vaticano sono così poco numerosi che il loro prezzo è per i collezionisti largamente superiore al valore nominale». Anche queste impuntature un po’ meschine spiegano il perché della lunga riluttanza francese a inserire i valori cristiani nel preambolo della (bocciata) Costituzione europea.
Sì, la Francia è a volte alquanto patetica nelle sue ambizioni, fondate sul passato più che sul presente. Così come è patetica l’Italia in slanci di retorica contraddetti dalla quotidianità bisbetica. La Francia di Chirac - uomo di destra - ha avuto nel centrodestra italiano una fase di impopolarità per l’opposizione alla politica di Bush sull’Irak. (Per inciso: secondo me nella polemica sulla guerra a Saddam aveva ragione l’attendista Chirac e aveva torto Bush). L’antiamericanismo è forte, in Francia, al di là del ragionevole: così come lo è stata, nelle aree incolte degli Stati Uniti, l’avversione alla Francia «decadente e imbelle». Del resto la Francia - Toscano ci si sofferma - sta inesorabilmente perdendo la battaglia linguistica con l’inglese. A lungo protagonista della diplomazia e degli incontri internazionali, la lingua francese è diventata comprimaria. La resistenza a questa deriva è non di rado grottesca: come nel voler chiamare jeu décisif al Roland Garros, quello che in tutto il mondo tennistico è il tie-break (il fascismo ribattezzò giovanottiera la garçonnière).
Sì abbiamo, italiani e francesi, tanti difetti. Toscano li elenca con puntiglio. Abbiamo troppa propensione ai coups de tête (vedi Zidane). Ma abitiamo - in questo sono d’accordo con lui - il posto migliore in cui possa capitare di vivere.