Francia, Hollande rottama il nucleare per l’Eliseo

Svelato un patto segreto coi verdi. Il leader socialista chiuderebbe 24 reattori su 58 entro il 2025. Il partito al governo: "Irresponsabili"

Pur di portare a casa la vittoria alle prossime elezioni, i socialisti francesi si preparano a sacrificare quasi la metà del nucleare nazionale, che attualmente copre i tre quarti della produzione di energia in Francia. La chiusura da qui al 2025 di 24 dei 58 reattori attualmente in funzione è scritta nei patti che il candidato socialista alle presidenziali del 2012, François Hollande, ha stretto con il partito ecologista: i verdi - che in Francia godono di un seguito crescente e importante quasi come quello dei loro colleghi tedeschi - uniranno le loro forze a quelle socialiste per assicurare alla sinistra la vittoria nelle elezioni parlamentari che si terranno insieme alle presidenziali e otterranno in cambio una sessantina di candidature comuni riservate ai loro uomini, la metà circa delle quali praticamente vincenti in partenza.

Dopo lungo tentennare, Hollande conferma dunque di voler far scendere dal 75 al 50 per cento la quota di nucleare nel mix energetico del Paese che nel mondo ha con maggior decisione puntato sull’atomo. Una scelta che gli esperti definiscono folle (per la Francia significa accollarsi una spesa di 60 miliardi di euro esclusi i costi dello smantellamento delle centrali e perdere di fatto l’indipendenza energetica) e che la destra di Sarkozy, in affanno nei sondaggi, ha già bollato come «una svendita irresponsabile di cui saranno i francesi a pagare il conto» con un marcato rialzo delle bollette (si prevede fino al 40%) e un aumento dell’inquinamento atmosferico. Per non parlare del colpo micidiale inferto a un settore trainante dell’economia nazionale.

Per il povero Sarkozy, che poche settimane fa ricordiamo di fin troppo buon umore al vertice europeo in compagnia di Angela Merkel, c’è davvero poco da ridere. La prevedibile batosta elettorale dell’anno prossimo è infatti solo uno dei problemi che dovrebbero angustiarlo. Problemi che indicano come la Francia - nonostante le risatine di pessimo gusto riservate alla leadership italiana - sia avviata su una strada non molto diversa dalla nostra. Qualche esempio.

Le banche francesi sono «avvelenate» da una dose quasi insostenibile di titoli «tossici»; la prestigiosa tripla A delle agenzie di rating sul debito sovrano francese pare ormai a rischio declassamento; nel tentativo di evitarlo, il governo presieduto da François Fillon ha dovuto annunciare una manovra straordinaria di 19 miliardi di euro in tagli alle spese e aumenti di imposte; il famoso spread rispetto ai titoli di Stato tedeschi, che tanti incubi genera in Italia, comincia a levare il sonno anche in Francia, dove il livello record (per loro) di 200 punti è ormai alle viste.

Questo per quanto riguarda l’ambito strettamente economico. Poi ci sono i problemi politici, che non si limitano alle irresponsabili iniziative dei suoi avversari di sinistra. Tra questi vale la pena di ricordare il clamoroso e unanime rifiuto dei parlamentari (solo due i voti favorevoli, tra cui quello del promotore dell’iniziativa) di ridursi gli emolumenti di un pur modesto 5 per cento; la sfacciataggine di monsieur le president di annunciare il «solidale» congelamento del proprio stipendio dopo che nel 2007 se lo era aumentato da 7.000 a 19.000 euro al mese; per non dire (ma tanto lo ha già fatto l’implacabile settimanale satirico Le Canard Enchainé) della figuraccia rimediata con la pubblicazione di uno scambio di battute «fuori onda» all’Eliseo sulla crisi: «Non abbiamo nessuna visuale, nessuno sa cosa succederà», ha detto Sarkozy ai suoi ministri.