Francia, i giovani dicono «no» senza proposte alternative

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

C’è la Parigi che sfila, arrabbiata, e quella che osserva, perplessa. C’è la Parigi che simbolicamente si rifugia dietro le barricate erette dai poliziotti a protezione della Sorbona e dietro quelle alzate dai ragazzi che ammassano banchi, sedie e lavagne ai cancelli delle facoltà occupate. C’è la Parigi degli agenti e quella dei «casseurs» che li sfidano a ogni manifestazione. Ma soprattutto c’è tanta confusione nella testa della gente.
Destra e sinistra sembrano essersi scambiati i ruoli: progressista la prima, conservatrice la seconda. È un Paese che dà l’impressione di aver smarrito la propria identità, o forse che se ne stia costruendo una nuova, in un percorso, tortuoso e contraddittorio, che non è iniziato ieri. Qualcuno ha parlato di un nuovo Sessantotto, ma il riferimento è sbagliato. Il male francese ha origini più recenti, risale a dieci mesi fa, quando gli elettori furono chiamati a votare la Costituzione europea. Prevalse, come tutti sappiamo, il no, ma di cui nessuno ha mai capito le ragioni. Si disse che era il sintomo di un disagio profondo ma indefinito; si disse che la Ue era solo un pretesto.
Oggi è quello stesso disagio a spingere centinia di migliaia di persone a contestare il Contratto di primo impiego (in francese Cpe). Te ne rendi conto quando, come abbiamo fatto noi ieri a Parigi, cammini con i ragazzi dei licei che ballano al ritmo della musica rock sparata a tutto volume dagli altoparlanti delle vetture in cima al corteo; con i sindacalisti, tutti di mezza età perché di più giovani non ce ne sono; con i pensionati; ma anche con tanti bancari, funzionari, insegnanti, persino con qualche dirigente d’azienda.
Tutta gente determinatissima nell’opporsi al provvedimento voluto dal primo ministro De Villepin, che permette per due anni il licenziamento non motivato dei giovani sotto i 26 anni. Le argomentazioni sono quelle che ascoltiamo da giorni: no al precariato, no alla discriminazione tra i giovani e il resto della popolazione, no, soprattutto, a una legge che viene interpretata come un primo passo per estendere la flessibilità del mercato del lavoro a tutta la società. Ma quando gli oppositori vengono sollecitati a spingersi oltre, ovvero a spiegare quali siano le proposte alternative per cercare di combattere il problema della disoccupazione, li scopri improvvisamente impreparati.
Dai ragazzi di sedici o diciassette anni in fondo te lo aspetti. Come Maurice, pantaloni di velluto e giacca in pelle, un ragazzo di buona famiglia; o Françoise, una biondina acqua e sapone che si diverte a collezionare adesivi anti-Cpe o, ancor di più, Joseph, look da centro sociale, capelli lunghi alla giamaicana e barba trasandata. Quando gli fai quella domanda - Ma voi cosa volete? - ti guardano sorpresi, e i più onesti, come Maurice, ammettono: «È strano, non ci abbiamo mai pensato». Poi, aggiungono: «Vogliamo una società più creativa. E più giusta. E più equilibrata». Tanti buoni sentimenti. Fine della trasmissione.
Ti rendi conto di come la loro visione del mondo del lavoro, di cui non hanno nessuna esperienza diretta, sia già improntata alla diffidenza. Ibrahim, un ragazzo di colore di 17 anni, e il suo compagno di classe Jacques, ammettono che «non tutti i datori di lavoro sfruttano gli impiegati», ma sono persuasi che si tratti di eccezioni, perché «della maggior parte dei capi non puoi fidarti: usano e gettano».
Gli adulti non hanno un atteggiamento più costruttivo. Prima che il corteo si muova, interpelliamo in Place d’Italie due lavoratori, uno è indipendente, fa l’elettricista, l’altro lavora in un grande magazzino: «Certo che ci sono altre soluzioni», esclamano. Ma alla richiesta di chiarimenti, si ritraggono: «Non lo sappiamo, noi non siamo politici». A Place de la Bastille interpelliamo giovani madri, pensionati, padri di famiglia ed è lo stesso refrain: «Rivolgetevi ad altri, noi non sappiamo». Quasi inutile parlare con i sindacalisti: i loro schemi mentali sono rimasti fermi a vent’anni fa.
Solo un direttore marketing sulla sessantina elabora una risposta perlomeno plausibile: sostiene che l’efficienza dell’economia del Paese sia distorta dallo strapotere dei mercati finanziari, e il fatto che le società quotate nel listino principale alla Borsa di Parigi abbiano realizzato profitti per cento miliardi di euro dimostrerebbe che i soldi ci sono: basterebbe ridistribuirli. Un francese bertinottiano, ma la sua è una voce isolata. L’impressione è che la maggior parte degli oltre 500mila manifestanti, sebbene tendenzialmente di sinistra, osteggi tanto il liberismo quanto il vecchio socialismo statalista. Il loro è un malessere indecifrabile in attesa di una risposta che non c’è.
marcello.foa@ilgiornale.it