La Francia operaia si fa sedurre da «Sarko»

Il candidato del centrodestra in Lorena: «Un errore chiudere le miniere». «Meno tasse sui ricchi e sulle società per salvare l’industria»

nostro inviato a Metz

Sarkozy il minatore, Sarkozy l’operaio. Mentre gli altri candidati, nell’imminenza dal primo turno delle presidenziali, pensano soprattutto a rafforzare e motivare la base, il leader del centrodestra tenta di sedurre le classi sociali che, in teoria, gli sono meno favorevoli. E allora eccolo in Lorena, una regione che ha subito più di altre gli effetti della globalizzazione. Le miniere sono chiuse, la siderurgia praticamente abbandonata.
Nicolas inizia la visita tra i minatori a Petite-Rosselle, un sito trasformato in museo, poi si sposta a Faulquemont, in un’azienda di successo a capitale misto franco-tedesco. Ovunque viene ricevuto con curiosità e, sovente, simpatia. I giovani si spintonano nel tentativo di farsi fotografare con lui, molte donne vestono con eleganza, secondo i canoni della moda provinciale: una signora di mezza età indossa un tailleur crema con dei papillon sulle tasche, stivali e gonna nera, calze di nylon scure con bordo verticale bianco. Il gusto è discutibile, la commozione autentica: ha le lacrime agli occhi. In fabbrica, Sarkozy bacia sulle guance alcune operaie, visibilmente emozionate. «Solo cinque anni fa un’accoglienza del genere sarebbe stata inimmaginabile», commenta con il Giornale e Libération, visibilmente compiaciuto.
Ma non è l’unica sorpresa. «Sarko», il campione del liberalismo, capisce che il Paese attende innanzitutto giustizia e meritocrazia. E allora corregge rotta, in senso statalista e protezionista. «Resto convinto che l’economia di mercato sia efficace nel breve periodo, ma nel lungo è cieca», afferma. E spiega perché: «Proprio in Lorena abbiamo chiuso i nostri impianti siderurgici e abbiamo rinunciato al carbone perché qualche anno fa sembravano troppo cari. Ma vedendo i prezzi dell’acciaio e dell’energia alle stelle, dico che quegli impianti oggi sarebbero di nuovo competitivi e ci farebbero comodo». Dunque, se diventerà presidente promette che proteggerà gli interessi strategici della Francia. Come? «Tassando i beni prodotti in Paesi che non rispettano le regole sociali, né quelle ambientali». Urla il suo no «alla concorrenza sleale» e chiarisce quale deve essere il ruolo dell’Unione Europea, che deve salvaguardare innanzitutto gli interessi e le fabbriche dell’Ue.
L’industria è la sua ossessione: «Se se ne va perdiamo tutto: la ricerca, l’indotto, gli uffici». E per trattenerla non c’è che una via: abolire le tasse sui ricchi e ridurre quelle sulle società. Si scalda quando parla delle 35 ore: «Una piaga che costa al Paese un punto percentuale all'anno». E annuncia una rivoluzione: «Via gli oneri sociali e le tasse sul reddito per chi fa gli straordinari». Gli operai lo ascoltano con attenzione: molti annuiscono, nessuno lo fischia.
È cambiato «Sarko» o, forse, è cambiata la Francia popolare. La controprova qualche ora dopo a Metz. Un’ora e mezza prima dell’inizio di un comizio le strade che portano alla Fiera sono paralizzate. L’affluenza è straordinaria, più del doppio del previsto. L’atmosfera del meeting ricorda quella delle presidenziali americane. La gente urla e si lascia contagiare dalla musica sparata a tutto volume. L’euforia è a mille. Sì, la Francia è cambiata.