«La Francia ora ha bisogno di una scossa»

«Ai tempi della Thatcher e Reagan c’era Mitterrand che nazionalizzava»

da Parigi

«La Francia ha bisogno di una scossa». Questa è la convinzione di Pierre Lelouche, deputato dell’Ump (Union pour un mouvement populaire) e strettissimo collaboratore del candidato del centrodestra alla presidenza della Repubblica, Nicolas Sarkozy. Esperto di fama mondiale di problemi della difesa e della politica estera, Lelouche è anche consigliere comunale d’opposizione a Parigi, dove ha presentato il 26 marzo un ordine del giorno per esprimere soddisfazione a seguito dell’arresto in Brasile dell’ex terrorista italiano Cesare Battisti. Ecco l’intervista che ci ha concesso.
Perché i problemi dell’«identità nazionale» hanno tanto spazio nella campagna elettorale francese in vista delle presidenziali del 22 aprile e del 6 maggio prossimi?
«È la dimostrazione di uno stato profondo di depressione nervosa, risultato di 25 anni di immobilismo. I francesi sono esasperati e preoccupati. Hanno la sensazione di aver perso il controllo del loro avvenire. Vogliono ritrovare se stessi e Sarkozy incarna questa voglia. Di qui questo dibattito sull’identità nazionale e la sua importanza politica».
Quali sono le cause di questa situazione?
«Il dramma è che nel 1981, all’epoca in cui gli Stati Uniti e la Gran Bretagna scommettevano sul rinnovamento, scegliendo rispettivamente Ronald Reagan e Margaret Thatcher, noi francesi abbiamo eletto François Mitterrand, che parlava di nazionalizzare invece che di liberalizzare».
Come va l’economia?
«La Francia ha avuto 25 anni consecutivi di deficit di bilancio e il suo debito pubblico tocca supera i 1.100 miliardi di euro. Ogni bimbo che nasce ha 18mila euro di debito. La Francia è un Paese rigido, troppo rigido. Un Paese che stenta a risanare e a rilanciare la propria economia. Nel programma di Sarkozy questo è un tema centrale».
Però alla fine le privatizzazioni sono state fatte...
«Non in modo sufficiente. Il peso dello Stato è sempre eccessivo, oggi su 22 milioni di francesi in età lavorativa, ci sono 6 milioni di pubblici dipendenti, 3 milioni di disoccupati e 3 milioni di assistiti. La soluzione? Più lavoro e meno assistenza: Sarkozy continua a ripeterlo».
L’immigrazione continua a preoccupare i francesi?
«Certamente. Da quando nel 1974 è stato riconosciuto il principio del “raggruppamento familiare” degli immigrati, arrivano in media 300-350mila persone all’anno, soprattutto dal Maghreb e dall’Africa subsahariana. In realtà solo 150mila di queste persone arrivano ogni anno in condizioni giuridicamente regolari. Il resto sono dei “sans papier”. Tra coloro che arrivano legalmente, appena il 5 per cento ha un lavoro. Gli altri entrano nel sistema della protezione sociale e della pura assistenza da parte della collettività».
Pensa che l’attuale rivolta delle banlieue esprima il malessere degli immigrati di seconda e terza generazione?
«C’è un dato di fatto: i giovani francesi di famiglia immigrata sono nati nel nostro Paese e ne hanno il passaporto, ma non si sentono pienamente francesi. Sono un po’ algerini e un po’ francesi. Sono soprattutto delusi perché non trovano un lavoro e hanno la sensazione di vivere in una società bloccata».
Passiamo al «caso Battisti». Alcuni intellettuali francesi protestano contro l’estradizione dal Brasile all’Italia dell’ex terrorista, che si era rifugiato in Francia e che nel 2004 era divenuto uccel di bosco proprio per evitare di essere consegnato alle autorità di Roma. Che ne pensa?
«Questa è la dimostrazione di una vecchia malattia di certi intellettuali della sinistra francese: l’arroganza e l’abitudine di dare sempre lezioni al resto del mondo. Credono di sapere tutto e spiegano agli italiani - che hanno coraggiosamente difeso la loro democrazia contro il terrorismo durante gli anni ’70 - come ci si deve comportare nel caso di certi ex terroristi, che sono stati adottati dalla “Parigi bene”».
Però il suo ordine del giorno sul caso Battisti non è stato adottato dal consiglio comunale parigino.
«Il peso di questa vergogna ricade sul sindaco socialista Bertrand Delanoë e su una sinistra incapace di guardare in faccia alla realtà: altrove ci sono personaggi come Blair, ma nella nostra sinistra francese il dogmatismo va di pari passo con l’arroganza. Un’arroganza che, come dicevo, si spinge alla protezione di un individuo che la giustizia italiana ha condannato all’ergastolo in quanto responsabile, diretto o indiretto, di ben quattro omicidi».