Francia paralizzata per lo sciopero

Per la seconda volta in un mese
la Francia si blocca per lo sciopero dei dipendenti del trasporto e dell’energia contro l’ampia riforma del sistema
pensionistico annunciata dal presidente Nicolas Sarkozy per l’anno prossimo

Parigi - Francia paralizzata per la seconda volta in un mese dallo sciopero dei dipendenti del trasporto e dell’energia contro l’ampia riforma del sistema pensionistico annunciata dal presidente Nicolas Sarkozy per l’anno prossimo. La posta in gioco oggi è la fine del sistema privilegiato di cui godono i dipendenti dei due settori - circa 500mila adddetti - che consente loro di andare in pensione con 37,5 anni di contributi, contro i 40 degli altri lavoratori.

Poco dopo le ore 20 di ieri si può dire che sia iniziato l’autunno caldo per Sarkozy: i ferrovieri hanno incrociato le braccia per un’astensione a oltranza dal lavoro. Le trattative proseguono, ma il presidente ha già detto che non intende "tornare indietro" e dalla sua parte, stando ai sondaggi, ha la maggioranza dell’opionione pubblica pur penalizzata dai disservizi. Per raggiungere il posto di lavoro i pendolari si sono organizzati come hanno potuto; i parigini, non potendo contare sulla metropolitana né sul trasporto di superficie (soltanto pochissimi convogli e mezzi si sono mossi), si son fatti coraggio e hanno inforcato biciclette o indossato pattini o deciso di camminare.

I sindacati promettono battaglie I sindacati, dopo il fermo del 18 ottobre, promettono battaglia fino a quando il presidente ritirerà il suo piano di riforma che prevede il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo. Solo quest’anno il governo dovrà versare 5 miliardi di euro di fondi extra perchè le trattenute non bastano a coprire le necessità. Nei prossimi giorni si capirà se Sarkozy riuscirà a tenere duro o sarà costretto a cedere come il predecessore, Jacques Chirac che nel 1995, dopo tre settimane di blocco totale della Francia, fu costretto alla resa sempre sulla riforma delle "pensioni speciali". Il 20 novembre si fermerà tutto il settore pubblico, dai magistrati agli insegnanti, per protestare contro il taglio di 23.000 posti deciso dal governo.