La Francia se ne infischia del Patto di stabilità

Alberto Toscano

da Parigi

Mentre il presidente Jacques Chirac non nasconde la sua irritazione verso Londra, che non farà il referendum sulla Costituzione europea, la Francia è in allarme per il deficit e il debito pubblico. Nonostante i tre anni consecutivi di sforamento dei parametri di Maastricht, sembra che Parigi non voglia rispettare il Patto di stabilità neppure nel 2005 e 2006, in barba alla Commissione europea.
La Francia esce un triennio in cui il rapporto tra deficit della finanza pubblica e prodotto interno lordo (Pil) è stato sensibilmente superiore al livello «proibito» del 3 per cento. Uno sgarro al Patto su cui le istituzioni comunitarie hanno chiuso un occhio a seguito dei ripetuti impegni di Parigi: rientrare nei ranghi a partire dall’esercizio 2005. Invece adesso è chiaro che nel 2005 la Francia continuerà a sforare allegramente il «muro del deficit» e al tempo stesso supererà anche la «linea rossa» del debito pubblico, ormai oltre il 60 per cento del Pil.
Le previsioni su cui è basata la Finanziaria francese attualmente in vigore sono carta straccia. Basti dire che l’intera legge di bilancio ruota attorno alla scommessa di una crescita del Pil pari al 2,5 per cento nel 2005, mentre l’Ocse parla di un 1,4 per cento e alcuni centri studi sono ben più pessimisti.
Ma il dato più preoccupante è quello della disoccupazione, che ha ormai toccato il 10,2 per cento della popolazione attiva e che rischia di salire ancora nei prossimi mesi. Domani il nuovo primo ministro Dominique de Villepin andrà all’Assemblea nazionale a leggere il discorso programmatico del nuovo governo. La «priorità delle priorità» di Dominique de Villepin è la «lotta per l’occupazione», che implica l’aumento degli investimenti pubblici. L’effetto combinato della minore crescita e delle maggiori spese darà un incremento del deficit. Ciò è tanto più vero in considerazione del buco, che resta molto rilevante, del servizio sanitario pubblico. Teoricamente il governo potrebbe tentare di fare economie con una serie di tagli al bilancio, ma la situazione politico-sociale è talmente surriscaldata - in questo periodo immediatamente successivo alla campagna referendaria sul Trattato costituzionale europeo - che ogni annuncio di tagli alla finanza pubblica rischia di scatenare moti «prerivoluzionari».
Dunque la Francia si prepara a mettere in sordina i suoi impegni di rispettare nel 2005 e nel 2006 il rapporto deficit-Pil previsto dal Patto di stabilità. C’è chi lo sa benissimo, ma evita di parlarne apertamente. E c’è chi, non avendo dirette responsabilità di governo, si permette il lusso d’auspicare a chiare lettere un’ondata di investimenti pubblici alla faccia degli impegni comunitari. È il caso di Jean-Louis Debré, strettissimo collaboratore di Chirac e presidente dell’Assemblea nazionale, secondo cui lo sviluppo nazionale conta ben più dei controlli dei tecnocrati di Bruxelles. Debré ha lanciato al nuovo governo un appello a «condurre una politica maggiormente fondata sulla difesa del lavoro e della solidarietà» e a seguire una linea «più dinamica nel rilancio degli investimenti pubblici». Di fronte al rischio di non rispettare gli impegni assunti in ambito europeo - cosa che la Francia fa per il quarto anno consecutivo - Debré dice chiaramente che il Patto di stabilità non può condizionare negativamente le nostre economie e le nostre società. Un bello schiaffo alla Commissione europea.
Intanto il presidente Chirac - la cui posizione in Europa è stata molto indebolita dal successo dei «no» francese al referendum - ha affidato alla sua ex portavoce Catherine Colonna, divenuta nuova ministra degli Affari europei, il compito di lanciare un monito a Tony Blair. «Nel momento in cui la Gran Bretagna sta per assumere la presidenza di turno dell’Ue, noi francesi vogliamo ricordarle il dovere di cercare un consenso, che s’impone a qualsiasi presidenza, soprattutto nei momenti difficili», ha dichiarato la Colonna. In realtà Parigi è convinta che Tony Blair, oggi molto forte, si prepari a tentare il colpaccio: imprimere all’integrazione europea una spinta in senso «liberale», approfittando dell’attuale debolezza politica dei dirigenti francesi e tedeschi. Dal primo luglio Londra avrà la presidenza di turno dell’Ue e si prevedono scintille tra le due rive della Manica.