Francisca Cualladó Baixauli

Questa spagnola nacque nel 1890 a Valencia. Era ancora una ragazzina quando rimase orfana di padre. Per giunta, la madre era continuamente ammalata e toccò a Francisca accudirla. Alternava la scuola con le faccende di casa e il badare alla mamma. Perciò, non poté proseguire negli studi. Si mise a lavorare in casa come sarta e di questi non lauti proventi lei e sua madre vissero. Tuttavia, Francisca trovava il tempo anche per impegnarsi in parrocchia. La sua giornata cominciava con la messa e alla sera si concludeva con la recita del rosario in chiesa. Francisca era iscritta anche all'Azione Cattolica e al Sindacato Cattolico Femminile. Dava una mano col catechismo e quel poco che avanzava nel suo bilancio lo dava in elemosina. Ebbene, scoppiata la guerra civile del 1936, questa sartina nubile e cinquantaseienne fu ritenuta dai soliti rojos una pericolosissima nemica del popolo. Andarono ad arrestarla e la tennero rinchiusa per qualche giorno in carcere. Poi la trascinarono fino a Benifayó e la sottoposero a processo politico. Davanti al tribunale rivoluzionario che la condannava a morte Francisca Cualladó Baixauli gridò il consueto «Viva Cristo Re!». Allora le tagliarono la lingua. Poi eseguirono la sentenza. La cosa più grottesca è la seguente: se il programma era di spazzare via ogni traccia di cattolicesimo dalla Spagna, che bisogno c'era di sceneggiate come i processi popolari e le «passeggiatine» cui venivano costrette le vittime? Ma, si sa, con le belve non si ragiona: i cervelli avvelenati dall'ideologia riescono a concepire solo «pulizie etniche».