FRANCISCO GOYA Serata in casa Borbone

Gentiluomini imbellettati e duchesse rugose: una classe aristocratica sulla quale incombe la fine, fotografata dallo sguardo impietoso del pittore

«Giungo ora da Arenas, molto stanco. Sua Altezza mi ha coperto di doni, io ho fatto il suo ritratto, quello della moglie, del figlio e della figlia, con un successo insperato perché altri pittori si erano già misurati, senza riuscirci, in questa impresa». Così scriveva Francisco Goya, il celebre pittore spagnolo, all’amico Martín Zapater il 20 settembre 1783. Era appena tornato a Madrid, dopo un lungo soggiorno nel palazzo di Arena de San Pedro, a 140 chilometri dalla capitale, dove era stato ospite per un mese dell’infante don Luis di Borbone, fratello cadetto di re Carlo III. Aveva familiarizzato col cinquantaseienne infante, che se ne viveva appartato nella bella dimora della provincia di Avila attratto, più che dalla politica, dalla bellissima moglie, più giovane di lui di trentun anni, Maria Teresa de Vallabriga y Rozas, e dalla nidiata di bambini messi al mondo. Anziano e piuttosto malandato, don Luis, che se ne sarebbe andato un paio d’anni più tardi, aveva riempito di commissioni il trentasettenne pittore spagnolo, già notevolmente affermato.
E lì, in quell’atmosfera un po’ tetra, fin-de-siècle, Goya aveva dipinto una grande tela con La famiglia dell’infante don Luis di Borbone. Un vero e proprio flash su una delle serate dell’infante, nell’atmosfera tranquilla di casa: don Luis gioca a carte su un tavolo verde accanto alla giovane moglie in vestaglia, i lunghi capelli sciolti, attorniato da tre pargoli, una balia, due dame di compagnia, cinque gentiluomini funzionari di corte, tutti con nome e cognome. Nel silenzio notturno della campagna il pittore, inginocchiato davanti alla tela nell’angolo all’estrema sinistra, lavora al lume di una sottile candela. Ogni personaggio sembra gravato da un tragico presentimento, sottolineato da ombre e luci.
Era la fine di un’epoca. Qualche anno ancora e la rivoluzione francese avrebbe tagliato teste e corone. I nobili spagnoli, come tanti altri, sentivano la fine imminente. Interprete eccezionale di questo traumatico passaggio epocale, Goya svela tristezze e miserie di una società decadente e smarrita sotto abiti e vesti sfarzosi. Ogni volto, sotto la maschera, nasconde l’ansia di un enigmatico futuro, quando nessun titolo avrebbe retto alla forza della ragione, della rivoluzione, e del popolo inferocito. Pittore di camera del re dal 1799, l’artista immortala con spietato realismo un’intera società. Conti e contesse, infanti e marchesi, duchi e duchesse, agghindati, infiorettati, imparruccati, impietosamente ritratti con magagne e malattie. Tutti fieri di essere ripresi da quel genio, che non risparmiava rughe e smorfie al viso della regina.
Molti di quei ritratti si potranno ammirare da sabato prossimo, 9 settembre, alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma), proprietaria dal 1974 de La famiglia dell’infante don Luis di Borbone, fiore all’occhiello della collezione. Vedremo le effigi di Maria Teresa de Vallabriga y Rozas, di don Luis, della contessa di Chinchón, della marchesa di Pontejos, e l’altro capolavoro: La famiglia dei duchi di Osuna. La rassegna punta sul rapporto tra il pittore spagnolo e la tradizione italiana, sottolineando, con opportuni confronti, gli scambi tra Goya e alcuni autori di area romana e veneta. Dopo la formazione in patria, a Saragozza, l’artista nel 1771 soggiorna a Roma. Conosce Giovan Battista Piranesi, di cui colleziona le incisioni, e pittori simpatizzanti per le nuove correnti classicistiche e neocarraccesche. Partecipa nello stesso anno al celebre concorso di pittura all’Accademia di Parma con il dipinto Annibale vincitore, che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia. Non vince, arriva secondo dopo Paolo Borroni, che si accaparra il primo premio con Il genio della guerra guida Annibale attraverso le Alpi: le due opere saranno messe a confronto, così il visitatore potrà dire chi era davvero il più bravo.
Altre opere di artisti accademici degli anni precedenti e seguenti testimonieranno il superamento del gusto tardobarocco. Poi sfileranno i ritratti eseguiti da vari artisti europei lungo il Settecento, compresi quelli di pittori più vicini a Goya, da Giaquinto a Batoni, utili ad un confronto. Saranno presentate integralmente anche le incisioni con i famosi Caprichos.
mtazartes@tiscali.it
LA MOSTRA
Goya e la tradizione italiana
Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo (Parma). Dal 9 settembre al 3 dicembre (catalogo Silvana Editoriale).