FRANCO BRANCIAROLI «Amo la Milano di Testori e anche quella degli affari»

Hanno sempre scritto che aveva abbandonato la Mole Antonelliana per la città degli Sforza e di Ludovico il Moro, ma non è vero perché Franco Branciaroli, nato a Milano sessant'anni fa, a Torino ha abitato finché non ha potuto tornare, armi e bagagli, alla sua diletta Mediolanum. Dove è cominciata la sua parabola teatrale alla Scuola del Piccolo e in seguito ha incontrato il suo poeta, Giovanni Testori. Ma andiamo con ordine, e diamo la parola a questo straordinario personaggio, irruente e focoso come un eroe dei cantàri siciliani che tuttavia è capace, quando vuole, di sorprendenti dolcezze sotto la maschera da tiranno rinascimentale che si è pazientemente costruita in anni ed anni di implacabile tirocinio. E chiediamogli subito, a scanso di equivoci, cosa lo lega al capoluogo lombardo.
Perché ama tanto Milano, signor Branciaroli?
«Difficile dirlo in due parole. Ci vorrebbe la secchezza epigrammatica di Gadda per rispondere a una domanda simile. Forse l'amo tanto perché Milano ha due volti: quello antico dei cortili di cotto che si aprono silenziosi su ciò che resta degli orti cari a Leonardo e quello efficiente e modern style della Milano europea, quella degli affari e dei jet».
Una dicotomia che conosce bene?
«La prima Milano è quella dei miei anni giovanili quando, ogni giorno, mi recavo alla scuola del Piccolo che allora si trovava in corso Magenta dentro una vecchia casa smangiata dal tufo con un teatrino largo come un fazzoletto e una maestra di recitazione che aveva istituito corsi a premi per fortificare la memoria degli allievi attori».
E la seconda?
«La seconda è quella della mia formazione, con l'arrivo in via Rovello di Patrice Chéreau che mi volle nel “Toller” di Tankred Dorst. Di colpo mi trovai scaraventato dalla bohème dei sogni proibiti nel laboratorio d'arte più selettivo e critico d'Europa, in una Milano che guardava a Parigi e strizzava l'occhio a New York».
Quale delle due ha amato di più?
«All'inizio amavo di più la seconda: l'attivismo, la disciplina, l'entusiasmo del lavoro compiuto mi attraevano allora e stimolano tuttora il mio temperamento di nordico. Solo inseguito ho rivalutato la seconda componente, quella Milano del silenzio e della poesia di cui è stato araldo Testori».
Già, l'autore dell'“Arialda” e del “Dio di Roserio”...
«Che per me ha scritto “In Exitu”, “Confiteor”, “Verbò” e “Sfaust” promuovendomi da interprete a cantore, veggente e vittima di una Lombardia schiacciata dal miracolo industriale».
Cosa le ha insegnato collaborare con un poeta e non con un regista?
«È stata la mia seconda scuola di vita. Per la prima volta mi sono sentito artefice di un fatto d'arte, un homo faber come diceva Max Fritsch».
Da lì è maturato anche il Branciaroli drammaturgo?
«Scrivevo già da prima, ma senza l'impulso, la voglia, lo stimolo di rinnovare il mondo attraverso il teatro. Se nel mio cammino non ci fosse stato Testori, non sarebbero nati i miei ultimi testi che ho concepito in omaggio al suo insegnamento».
Torniamo a Milano, la città che è sede degli Incamminati che da sempre propongono con Branciaroli protagonista un teatro che si ispira al divino messaggio di Cristo. Si iscrive in questo percorso la decisione di riportare in scena qui, dove trionfò Buazzelli sotto la direzione di Strehler, un testo come “Vita di Galileo”?
«Solo in parte. Perché Strehler a suo tempo pigiò il pedale sulla polemica tra la scienza e la dottrina della Chiesa dipingendo quest'ultima come repressiva mentre, a ben guardare, il capolavoro di Brecht è ben altro che sterile polemica».
Sarebbe a dire?
«Se si studia in profondità, ci si accorge presto che il copione dello scrittore tedesco contiene più di un accorato appello alla tragedia della Chiesa che vede nelle tesi di Galilei la perdita della propria carne, lo sfaldarsi dei suoi dogmi, la perdita del concetto di charitas, lo svilimento dell'amore. La Chiesa è vittima quanto lo scienziato di Arcetri, questo è il messaggio del mio “Galileo”».