FRANCO E IL DUCE Diffidenze e differenze tra due dittatori

«I diversi destini di due dittatori» è il sottotitolo del libro Franco e Mussolini (Sperling&Kupfer) che Gennaro Carotenuto ha dedicato appunto al rapporto tra il Caudillo e il Duce. Davvero destini molto diversi, Mussolini concluse la sua parabola con l’obbrobrio di piazzale Loreto, Franco spirò tranquillamente nel suo letto trent’anni dopo, al termine d’una interminabile agonia. Le vicende ora parallele ora intersecantesi di due personaggi che non avrebbero potuto essere più dissimili Carotenuto le esplora in ogni loro aspetto: con grande ricchezza di documentazione, e anche con l’insistenza su una sua tesi. La tesi cioè che la Spagna scampò alla seconda guerra mondiale non perché a Franco mancasse la voglia d’entrarci, ma perché le condizioni del Paese non lo consentivano. Per questo l’autore definisce leggenda l’«abile prudenza» del generale-anzi «Generalísimo» - e sostiene che «quella della saggezza del franchismo, alla prova dei fatti, si rivela un’insostenibile vulgata».
Secondo me l’assunto di Carotenuto, pur avendo fondamenti autentici, approda a conclusioni troppo perentorie. È indubbio che la Spagna, dissanguata ed estenuata da tre anni di guerra civile, non fosse in grado d’affrontare un’altra prova bellica. Ma nei mesi delle folgoranti vittorie tedesche il problema che si pose anzitutto all’Italia, e poi anche alla Spagna, non riguardava le risorse d’armi e d’alimenti. Mussolini - anche se alla Petacci annunciava con vezzo romantico un conflitto lungo, atteggiandosi a Cireneo - entrò in guerra, mentre le Panzerdivisionen annichilivano l’esercito francese, per non farla: convinto che Hitler avesse già vinto. Infatti non fu presa nessuna iniziativa militare appena appena degna di questo nome.
A mio avviso sia l’intervento, sia il non intervento derivavano da una scommessa: era o no vero che la Germania aveva ormai risolto in suo favore le sorti dell’immane scontro? Mussolini lo credette. Probabilmente era incline a crederlo anche Franco, ma per una estrema cautela del suo sospettoso carattere «gallego» volle aspettare un po’. E quel po’ fu sufficiente per lasciargli intendere che la partita era ancora tutta da giuocare, e che non era il caso d’esservi coinvolti.
A questo punto si tratta di valutare alcuni specifici motivi dell’attendismo franchista (che nella circostanza fu provvidenziale). Non va attribuito per intero al carattere del Caudillo. I «gallegos» - abitanti della Galizia - sono ritenuti diffidentissimi. Si dice che se qualcuno entra in un edificio mentre un gallego è sulle scale, il gallego si ferma perché il nuovo venuto non capisca se stava salendo o scendendo. Ma c’è qualcosa di più per spiegare le esitazioni franchiste. I due regimi, l’italiano e lo spagnolo, ebbero molte apparenti similitudini - finché i fascismi furono in auge - nei rituali, nei saluti a braccio alzato, nelle coreografie. Ma nel profondo divergevano (e Carotenuto lo sottolinea).
Militare, clericale, reazionario il franchismo, generato da un classico golpe gallonato. Movimenti di massa, popolari e populisti, il fascismo e il nazismo. La dittatura di massa è per sua natura dinamica, come il pescecane deve sempre muoversi, fare qualcosa, divorare qualche preda. La dittatura golpista è conservatrice, statica, propensa a un’immobilità vegliata dalle baionette. Si capisce che con un interlocutore come Franco, avaro di parole e avarissimo di promesse, sia a Mussolini sia a Hitler siano quasi saltati i nervi quando l’incontrarono. A Franco non saltavano mai. Raccontano che un generale tra i più importanti gli si fosse presentato per esporgli lamentele sue e di colleghi. Parlò a lungo accalorandosi. Dopodiché Franco gli disse: «Perché non porta i guanti d’ordinanza?» e lo congedò. Così come non esitò a congedare il cognato - anzi «cunadisimo» in assonanza con «Generalisimo» - Serrano Suner, ministro degli Esteri e molto filo Asse, allorché fu chiaro che l’Asse era cotto.
Serrano Suner, cui Carotenuto dedica ampio spazio, non fu un personaggio gradevole. Ma gli va riconosciuta fierezza e coerenza - hidalguia se vogliamo usare un termine caro agli spagnoli - nella lettera affettuosa che appena poté, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, inviò al melanconico Mussolini di Salò. «Non sarebbe sincera, non sarebbe leale, e di conseguenza non sarebbe amichevole questa lettera - scrisse tra l’altro - se non le dicessi che la morte di Galeazzo (Ciano ndr.) ha riempito di tristezza il mio cuore». Al riguardo Mussolini rispose così: «Nella mia vita così agitata, quello svoltosi a Verona è stato il capitolo più drammatico: sentimento e ragione di Stato hanno duramente cozzato nel mio animo». Entrambi sconfitti, Mussolini e Suner, ma nella circostanza per niente meschini.