"Alla Franzoni 30 anni" L'urlo: sono innocente

Cogne, l’accusa nega l’infermità mentale e punta tutto sull’ira non controllata di Anna Maria: "Ha perso la testa per almeno venti minuti e ha ucciso il figlio". Il Pg: "Se avesse confessato, oggi avrebbe già pagato le sue colpe"

Torino - Parla per due ore, poi il Pg Vittorio Corsi si rivolge con tono sommesso ad Anna Maria Franzoni, seduta a qualche metro di distanza, e lancia una sorta di drammatico ultimatum: «La invito per l'ultima volta a dire quale oggetto ha usato per uccidere Samuele e che fine ha fatto». La mamma di Sammy, impassibile, fissa un punto lontano. «Senza risposta - aggiunge lui - non posso chiedere sconti di pena. Una pena più bassa, che comunque sarebbe più adeguata per rispetto al dolore di una madre».

Un modesto colpo di teatro. Per ravvivare una requisitoria andata avanti faticosamente per un giorno e mezzo e per giustificare una richiesta pesantissima: trent’anni di carcere. La conferma del verdetto di primo grado. Corsi, dietro il velo delle parole, sembra voler lanciare un ultimo messaggio: le ho provate tutte, ma non c'è stato verso, Annamaria Franzoni ha scelto di impiccarsi all'albero della sua indimostrabile innocenza. Corsi lascia il microfono e allora è lei a chiedere la parola: «Voglio dire - afferma con voce strozzata - che non ho ucciso mio figlio». Si accascia piangendo, la mamma di Cogne, sorretta dal giovane avvocato, Paola Savio che lunedì prossimo proverà a ribaltare un processo quasi perso. È finita, almeno per ora.

Dopo aver consultato, come aruspici, psicologi, psichiatri e periti, Corsi ha imboccato la strada più diritta: «Questa è una storia semplice, questa è la storia di una madre che ha perso la testa, che ha perso la testa per almeno venti minuti e ha ucciso il figlio». Non c’è altro, o almeno non si è trovato nulla cui appigliarsi per trovare una via d'uscita meno lacerante. E nel constatare con desolazione questo fallimento, Corsi, duro ma non disumano, sembra sottolineare il rimpianto e l'amarezza per come è andata. Ma ormai i giochi sono fatti: «L’omicidio è il prodotto di un tremendo scatto d’ira non controllato». Possibile? Possibile che la soluzione sia così banale? Il pubblico scruta quella signora che, al primo banco, a fianco del suo avvocato, ascolta quelle parole con apparente indifferenza, quasi fossero rivolte a qualcun altro. Il movente sta tutto dentro lo spessore di quel vocabolo antico e terribile, omerico nella sua potenza distruttiva: ira. «L'omicidio è stato lo scontro fra due testardaggini, quella di un bimbo che piangeva e quella di una madre che non stava bene» e ha smarrito la ragione. «Dobbiamo rassegnarci a dire che si tratta di un delitto commesso da una madre normale. Anche se non ci piace». Su questo, almeno, il Pg e l'imputata concordano: Annamaria è una madre come le altre. Non è inferma né seminferma, è perfettamente capace di intendere di volere, non merita sconti o attenuanti «per un vizio parziale di mente». Il dibattimento, dopo aver scandagliato la psiche della donna, dopo aver ipotizzato lo stato crepuscolare, la psicosi, un comportamento border, l'epilessia e, sfiorando il ridicolo, perfino il sonnambulismo, torna al punto di partenza. «La psicologia, la psicanalisi e la psichiatria - nota Corsi - possono contenere tutto. Ma non dobbiamo chiedere aiuto ad esse, perché con esse rischiamo di perdere di vista la realtà. Che è molto più semplice». Uno scatto e il presepe di Cogne è andato in pezzi.

In ogni caso l'aiuto sperato non è arrivato. Siamo davanti ad una madre senza abissi misteriosi, come sarebbe piaciuto a Simenon. Insomma, siamo vicini alla sentenza di primo grado che però aveva bollato Annamaria come una madre malvagia. Qui il gioco si complica e si fa, se possibile, ancor più sofisticato: la Franzoni potrebbe pure essere una madre buona, non certo una buona madre. Quella è il parto della famiglia: «Hanno voluto costruire un personaggio. Una madre colpevole non può crollare. Io, ripete invece Annamaria, non crollo. Ricordo tutto, sono sana. E quindi non posso aver ucciso Sammy».

Sì, per l'accusa è stata lei. «Annamaria Franzoni non ha fatto nulla per meritare le attenuanti generiche - dice rammaricandosi il Pg - È giovane e incensurata, potrebbe ottenerle. Ma il comportamento che ha tenuto dopo il fatto non le giova: si è cacciata in un vicolo cieco. Insieme a tutta la famiglia. Se avesse confessato subito, oggi avrebbe finito da tempo di pagare per il suo delitto. Avrebbe trascorso un periodo agli arresti domiciliari. Avrebbe beneficiato del provvidenziale condono. Non ci sarebbe stato tutto questo tam tam mediatico».

Ma la mamma normale non è crollata. E allora Corsi la invita per l'ultima volta a dire la verità. Poi spara quella richiesta così alta: trent'anni. E con un'ultima oscillazione suggerisce alla corte d'assise d'appello di avere la mano leggera: «Per chiedere una riduzione di pena l'unica possibilità sarebbe la pietas nei confronti di una madre che ha perduto il bimbo. Ma questo è di competenza della Corte».