"La Franzoni è innocente, ricordatevi di Erba"

Nell’arringa finale l’avvocato ha ribadito che il caso di Cogne non è
stato un figlicidio, ma il delitto di un estraneo uscito dalla villetta
senza essere visto

Torino - Non è stato un figlicidio. No, quello di Cogne è stato il delitto di un estraneo che all’inizio voleva solo fare un dispetto alla mamma; Paola Savio gioca le ultime carte e prova ad uscire dalla trappola costruita intorno alla villetta di Montroz: non può essere stata che lei, Annamaria Franzoni. Non è andata così, secondo il difensore; la Savio invita a rispolverare il verdetto del primo tribunale della libertà che il 30 marzo 2002 dispose la scarcerazione della Franzoni e suggerì di guardare intorno, nelle case vicine. «Il giudice di primo grado - riprende l’arringa - scrive che a Cogne non c’erano inimicizie tali da giustificare l’omicidio». E invece no: «Di inimicizie ce n’erano. Per esempio Daniela Ferrod non era amica di Annamaria».
La penalista, con scaltrezza, si guarda bene dall’oltrepassare questa linea e non accusa esplicitamente nessuno, ma poi offre ai giudici popolari un elemento di grande suggestione e riflessione: «Ricordatevi di Erba, è successo da poco il fatto di Erba». Un tunisino accusato di aver sterminato la famiglia, figlioletto compreso. E poi all’improvviso la sconvolgente scoperta: i killer erano i vicini di casa, marito e moglie, e definire futili i motivi della strage è quasi un complimento. Dunque, tutto è possibile, anche la soluzione alternativa.
Otto minuti, otto minuti in cui la signora Lorenzi è stata fuori. Bastano per immaginare un copione diverso? «In realtà un alibi ad Annamaria Franzoni lo fornisce lo stesso giudice della sentenza di primo grado, quello che l’ha condannata a 30 anni, quando osserva che la signora è presente sul luogo per la quasi totalità del tempo. Ribadisco, per la quasi totalità del tempo, non per tutto il tempo perché la signora si è assentata per otto minuti. Ma vi siete chiesti quanto è necessario per colpire il bambino sei, forse otto volte? Il procuratore generale ha parlato di venti secondi ed è molto verosimile». E allora avanti con un’altra possibile soluzione del giallo: «Qualcuno vuole fare un dispetto alla mamma di Cogne che è per strada, con il suo primogenito. Di solito con i due c’è anche Samuele e così questo signore non pensa di trovare il piccolino rannicchiato sotto la coperta calda della mamma. Viene preso dall’agitazione, perde il controllo. E colpisce una, due, tre, sei volte col sabot. Poi esce con la calzatura in mano. Senza essere visto». Sì, proprio così, la Savio ribalta il punto di vista generale: «La casa è isolata, sostiene la sentenza, e questo dimostra come sia impossibile per un estraneo entrare in quella casa senza essere visto. Non dimentichiamoci del luogo in cui siamo, Montroz non è il centro di Torino».
L’arringa va oltre: la penalista scivola sui malori della mamma, retropensiero obbligato dei colpevolisti, e disegna il ritratto di una «persona normale. Come è emerso dalle perizie psichiatriche». Ma sono dettagli: è il figlicidio a non stare in piedi, secondo la difesa: «Anche le brave mamme, ci ha spiegato il procuratore generale, ammazzano i figli. È vero, ma il caso di Cogne è del tutto anomalo. Abbiamo studiato 89 figlicidi. Le mamme soffocano, annegano, defenestrano e accoltellano, ci sono sette casi di percosse, ma non ce n’è uno che sia uno di una mamma che spacca la testa al figlio. Soprattutto, su 89 casi esaminati ci sono 65 confessioni, 17 suicidi. Solo tre mamme hanno negato la colpa: una è stata assolta, recentemente a Modena, due processi sono in corso».
Il rompicapo è tutto in questi numeri finali. E nell’appello agli otto giudici che il 20 aprile, dopo le repliche di rito, entreranno in camera di consiglio: «Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Annamaria non può essere considerata responsabile per l’arroganza del padre. Così come non può essere considerata responsabile per l’ingenuità del suocero o per l’amore del marito che ancora oggi è qui in aula con lei e che le ha dato un altro figlio».
Sullo schermo scorrono le immagini di Samuele felice, un bambino di tre anni appoggiato ad un albero con tono di sfida e sguardo birichino. Se possibile quegli scatti sono ancora più angoscianti di quelli mostrati il giorno prima, a documentare lo scempio. «Noi ­ è l’ultimo messaggio ­ non vogliamo la pietas», la pietas invocata da Vittorio Corsi nella sua requisitoria. «La pietas la lasciamo a chi non ce l’ha. Noi chiediamo giustizia».