«Per la Franzoni la macchina della verità»

Ho incontrato Anna Maria Franzoni pochi giorni fa, alla vigilia del processo. Sono stato molte ore a casa sua, a Santa Caterina a Ripoli sull'Appennino bolognese. Una lunga chiacchierata informale, senza microfoni né telecamere. L'inizio è molto teso. Lei ce l'ha con i giornalisti. «Avete persino scritto che ero incinta», esordisce. «Beh, lei ha addirittura annunciato una gravidanza in diretta Tv», rispondo. «Sì, ma quella era una gravidanza vera». «E adesso, invece?». «Adesso sono solo un po' grassa», conclude in modo brusco. Poi si lascia andare ad un sorriso: «Con tutto quello che mangio è ancora poco».
Ora il tribunale dice che ci vuole una nuova perizia psichiatrica. E tutti si chiedono: Anna Maria è una mamma impazzita, una lucida assassina o una vittima innocente? Io mi chiedo: chi è davvero la persona che ho incontrato? Conosco bene gli atti del processo, so che la sua colpevolezza è più che probabile. In primo grado è stata condannata a trent'anni, ancora due giorni fa il presidente della Corte ha ribadito che contro di lei restano «gravi indizi». Eppure non riesco a togliermi dalla mente le sue lacrime. Avevo visto piangere molte volte Anna Maria in Tv. Ma per la prima volta, vedendola da vicino, ho avuto il dubbio che fosse sincera.
L'incontro è fissato per le 18. Arrivo in ritardo. La casa è modesta, per entrare si scendono alcuni gradini. Anna Maria mi aspetta in un salottino, prende la giacca, ci fa accomodare in cucina. Attorno a un piccolo tavolo siedono suo marito Stefano, il papà di lui, nonno Mario, e il prete del paese, don Marco, che è stato il primo a telefonarmi per chiedere l'incontro. Alcuni rappresentanti del comitato entrano ed escono in continuazione. È tutto caotico, casuale, semplicemente disorganizzato. O forse vogliono che appaia tutto così? Parliamo per tre ore mentre Gioele e Davide scorrazzano liberamente per ogni stanza. Quando salgono le scale sembra che il soffitto debba venire giù.
Anna Maria piange due volte. La prima mentre cerca di ripercorrere, minuto dopo minuto, quella mattina. Quando si arriva al momento in cui rientra nella stanza del delitto si blocca. «Nessuno pensa mai alla mia tragedia. Nessuno pensa a cosa vuol dire vedere il proprio figlio così». Nella stanza tacciono tutti. È come se ci fossero abituati. Stefano la guarda con un filo di severità: «Ti devi abituare». Lei si asciuga le lacrime e prosegue. Nella ricostruzione è meticolosa e ostinata. Ogni tanto si gira verso il marito e chiede: «Questo lo posso dire?».
Ripete che a Cogne stava bene. «Era un paradiso, magari c'era qualche invidia perché eravamo felici, perché la strada finiva proprio nel nostro garage... Ma sono invidie normali in un paese. Noi stavamo bene, non ci mancava nulla. La nostra casa era sempre piena di gente. Anche la sera prima c'erano amici a cena». Le chiedo del malessere di quella notte. Interviene Stefano: «Certo non avevamo mai chiamato il 118 da quando eravamo a Cogne...». Il discorso rimane sospeso. Nonno Mario lo chiude a modo suo: «Forse è stata una circostanza. O forse, per chi ci crede, un presentimento».
Ancora i giornalisti nel mirino. «Hanno assediato la mia casa. Per portare fuori Davide dovevamo metterlo in uno scatolone. Hanno offerto soldi per sapere dov'è sepolto Samuele». Però anche voi i media li avete usati... «In realtà non sappiamo come fare». Perché avete scelto di parlare? «Perché dobbiamo difenderci». E questo continuo cambio di avvocati? «Avevamo bisogno di qualcuno che seguisse le piste che la Procura non ha mai seguito». E perché non le ha mai seguite? «Non lo sappiamo». Pensate di essere vittime di una congiura? «No. Solo che hanno sbagliato all'inizio e non vogliono più tornare indietro».
Mi spiegano per l'ennesima volta il loro punto di vista: le perizie su zoccoli e pigiami si contraddicono, sulla memoria della Satragni (che chiamano abitualmente Ada) si possono avanzare dubbi, la porta era chiusa ma non a chiave e dunque si poteva aprire dall'esterno. L'ipotesi che avanzano è quella di qualcuno che entra in casa per uno scherzo. O di un molestatore, che vuole rubare qualche indumento intimo di Anna Maria e viene riconosciuto dal bambino. Domando: ma lei ha mai avuto molestie? «No, ma a ripensarci dopo, certi sguardi...».
Se rileggo le carte mi rendo conto che è un'ipotesi che fatica a stare in piedi. Se rileggo i miei appunti mi rendo conto che nessuna delle frasi di Anna Maria riesce convincente. Se rileggo gli atti del processo mi rendo conto che con tutta probabilità è colpevole. Eppure non riesco a togliermi di mente la frase con cui mi ha salutato: «Lei mi ha detto che ha quattro figli. Ebbene io di figli continuo a pensare di averne tre. Guardo le foto di Samuele e penso: Samuele c'è. Quando Davide mi chiede: “Perché Samuele è andato in cielo? Perché non torna?”, io non so come rispondergli». Quello è stato il momento in cui si è messa a piangere per la seconda volta. E da allora mi tormenta un dubbio: e se quelle lacrime non fossero, come avevo sempre pensato, le lacrime di un'assassina?