«La Franzoni è un’omicida senza saperlo»

In aula pubblico perplesso di fronte alla tesi dell’accusa. Dubbi, poi, sui dialoghi intercettati dai carabinieri

nostro inviato a Torino
È come guardare in un cannocchiale al contrario. «È tutto più piccolo». La realtà si riduce a una striscia sottile. Forse nella mente di Annamaria Franzoni è accaduto qualcosa di analogo. «Un restringimento della coscienza, del pensiero, della memoria». Lo spiegano per ore, in aula, i quattro periti chiamati ad un difficile viaggio nella psiche della mamma di Samuele. E, se possibile, a trovare la quadratura di un processo che cerca una via d’uscita morbida: per esempio la seminfermità dell’imputata con conseguente, robusto, sconto sulla condanna di primo grado a trent’anni, ritenuta sproporzionata ed eccessiva.
Ugo Freilone, Ivan Galliano, Giovan Battista Traverso e Gaetano De Leo si alternano al microfono e offrono la loro ricostruzione del delitto. Per carità, infiocchettano il loro discorso di ammortizzatori; parole come «forse», «in teoria», «compatibilità», ma il senso è chiaro: la signora Franzoni soffriva di ansia. Anzi, per essere precisi, di una nevrosi isterica. Numerose le spie di questo disturbo - dai diari clinici del periodo trascorso in carcere alle intercettazioni telefoniche - ma quel che conta è ciò che accadde fra il 29 e il 30 gennaio 2002, giorno del delitto.
«La signora - chiariscono i quattro - ebbe una prima crisi il 29, dormì poco e male, al mattino presto fu chiamato il medico che la visitò. Il problema però non si risolse e il marito alle 7 e mezzo se ne andò» senza effettuare quell’opera di «contenimento» decisiva per arginare quella deriva. Risultato: «Si manifestò un altro sintomo della nevrosi: lo stato crepuscolare orientato della coscienza».
Eccoci al cannocchiale capovolto: al restringimento della realtà e al blackout, parziale, della memoria. «A questo punto, se è stata lei - mettono le mani avanti i periti -, la Franzoni può aver agito in base ad automatismi o semiautomatismi aggressivi». Insomma, avrebbe ucciso inconsapevolmente il figlio.
Questa non è fiction, ma letteratura scientifica. Che poi le cose siano andate davvero così è un altro paio di maniche, ma le suggestioni sono forti. La corte d’Assise d’appello pende dalle labbra dei quattro, l’avvocato d’ufficio Paola Savio se la cava con domande di circostanza, solo il pubblico sembra perplesso. «Certo - aggiunge Galliano -, la signora Franzoni ha rifiutato l’incontro con noi, oggi non è qui e non sappiamo nemmeno quale conflitto interiore fra super-io ed es, ovvero fra la parte morale e l’istinto, possa aver innescato la nevrosi, poi esplosa». Si va a tentoni, ma il presidente Romano Pettenati ha l’aria soddisfatta. Il poker di esperti prosegue e va a pescare un dialogo fra la Franzoni e il marito Stefano Lorenzi in cui lei immagina la vicina di casa Daniela Ferrod nell’atto di uccidere Samuele: «Io ti dico la scena che mi sento: lei è entrata subito dopo che sono uscita, di corsa, come una iena, ha guardato sul divano... è corsa di sotto con una rabbia allucinante... Samuele era nel letto, lei ha cominciato a dirgli qualcosa, lui intanto si è spaventato e lei ha cominciato a colpirlo, finché non ha visto tutto il sangue». Racconto, sentenziano gli esperti cui si associa Ugo Fornari, consulente dell’accusa, troppo vivido. «Quella è una confessione inconscia, anche se il delitto, con un meccanismo di dissociazione, viene attribuito alla vicina».
Di più: per Fornari, «quella narrazione è una richiesta di aiuto. Dice che la vicina, che un tempo era stata la sua migliore amica, ha una doppia personalità. Ma è evidente che parla di se stessa, cercando un oggetto su cui collocare la propria parte cattiva che non può ammettere di avere. Sta difendendo un io fragile».
Più difficile capire il ritorno alla normalità: lo stato crepuscolare sarebbe finito nei minuti successivi al massacro, subito prima di uscire e accompagnare il figlio Davide allo scuolabus, e la donna sarebbe gradualmente rientrata in sé, cancellando quasi totalmente l’evento vissuto. Ma come ha fatto a nascondere l’arma e ripulirsi? «La signora - è la risposta - non ha cercato di costituirsi un alibi, ma come ultimo atto del crepuscolo ha visto sporco e sangue intorno a sé e ha cercato di rimettere tutto in ordine. Come una brava madre». In un capovolgimento da brivido del bene del male.
La coperta della psichiatria può coprire i fatti e i comportamenti, presunti, della Franzoni? Un’obiezione su tutte: mettere in ordine non vuol dire far sparire l’arma. Punti di vista. Pettenati sembra indossare come un mantello la relazione degli esperti e la loro sconvolgente conclusione: Annamaria Franzoni è l’assassina ma non è colpevole. E non è, comunque, la gelida killer del verdetto di primo grado. In ogni caso, la Corte batte tutte le piste e ascolta anche un perito che porta a galla gli errori commessi dai carabinieri nel trascrivere alcuni dialoghi. Poi il Presidente dà appuntamento al 19 dicembre.
Da Roma l’avvocato Carlo Taormina, ormai ex difensore della Franzoni, spara ad alzo zero: «Credo che una soluzione sovietica di questo processo con la pazzia della Franzoni sia una cosa senza precedenti».