La Franzoni processa i giudici «State nascondendo le prove»

Castelli: «Rispecchia lo spirito della nostra legge». Calvi (Ds): «La cancelleremo»

Stefano Zurlo

da Torino

Anna Maria Franzoni è sfiduciata. Alterna le lacrime e le parole, si congeda dall’aula di Torino con una frase che è un epitaffio, per quanto la riguarda, sul processo: «Mi nascondono l’evidenza delle prove». Carlo Taormina, il suo difensore, è più aggressivo com’è nel suo stile, ma la sostanza non cambia: «Nella Corte d’assise di Torino c’è un’obiettiva sordità e una insistenza su un percorso tracciato fin dall’inizio che lascia poco sperare. La sentenza è già stata scritta. Questo è un processo da Unione Sovietica».
Un dibattimento che avanza faticosamente fra i silenzi dell’imputata, le contestazioni della difesa, i tempi lunghi dei periti. Il sostituto procuratore generale Vittorio Corsi prova ad aprire una breccia sul percorso che porta alla misteriosa e introvabile arma del delitto, ma il suo tentativo s’infrange contro le risposte standard della Franzoni: «Non ho nulla da dire». «Quali oggetti di rame avevate in casa?», chiede Corsi. E ancora: «Avevate mestoli di rame? Avevate pentolini di rame? In una fotografia della cucina c’è una specie di padellina di rame. Conferma?». Un poker di quesiti e quattro volte la stessa replica. La stagione del dialogo fra le parti è finita.
Anna Maria Franzoni vorrebbe analizzare la traccia trovata sul vialetto davanti alla casa di Montroz. In quella traccia, scoperta dove non sarebbero mai passati i protagonisti noti del pur affollato dramma di Cogne, c’è il Dna di Samuele. Dunque, se è così, è da lì che sarebbe transitato l’assassino. Ma è così?
Il dibattimento privilegia altri indizi. Altri elementi. Altre analisi. La corte si prepara alla trasferta nella villetta di Montroz e si attacca ad ogni dettaglio, anche al più minuto, per afferrare il bandolo della matassa. Così Corsi. Taormina risponde con l’ironia all’ accusa e al pressing sui pentolini di rame: «Non riesco a prendere in considerazione in tutta la profondità l’operato di questo magistrato. Al termine dell’autopsia il medico legale Francesco Viglino aveva detto che era stato trovato un residuo di sostanze assimilabile al rame. Può darsi che questo spieghi i quesiti, già posti mille volte in precedenza, e senza alcun risultato».
Poi il penalista s’arrabbia con la Corte che al sopralluogo, previsto per oggi, ha invitato anche due dei quattro periti chiamati a pronunciarsi sulla psiche di Anna Maria: «Il viaggio non serve assolutamente a niente. Serve soltanto a riempire la testa degli psichiatri di suggestioni in modo tale che possano dire che Anna Maria Franzoni è pazza. Serve al presidente Romano Pettenati affinchè i giudici popolari vengano in contatto con una realtà che non potrà non impressionare. La corte sarà quindi in grado di chiudere il cerchio sulla confezione della sentenza di condanna. Per questo - è la conclusione - noi non ci saremo».
Avanti, dunque, in ordine sparso. La perizia psichiatrica slitta di venti giorni, verrà consegnata alla metà di giugno e discussa in aula il 29. Il giudice popolare Maria Prandi ha dato forfeit, in polemica con Taormina, e lui ne approfitta per sparare ad alzo zero: «Il nuovo giudice nominato oggi è come se non esistesse. Poichè occorrono 6 giudici popolari e 2 giudici togati per comporre una Corte d’assise, oggi abbiamo 5 giudici popolari e 2 togati». Risultato: «Questa Corte è in perenne nullità da oggi».
Infine Anna Maria Franzoni. Scoraggiata: «Non sono un mostro, sono innocente». Anche se in primo grado è stata condannata a trent’anni. «Non capisco l’accanimento contro di me, io volevo bene a Samuele. Io ero in paradiso». Altre lacrime si affacciano sul viso della donna. Rincuorata da chi le vuole bene: il marito, i suoceri, le sorelle e le amiche. «Tutta la famiglia - si consola lei - è sempre stata con me».