«Una frase senza alcun senso: molte donne sono sottomesse»

La Sbai: «Amato non sa che anche Tunisia e Marocco lo proibiscono in certi luoghi»

Vietare il velo vuol dire imporre un’ideologia imperialista occidentale. Così ha stabilito il ministro dell’Interno Giuliano Amato, sdottoreggiando a margine della conferenza nazionale sull’immigrazione. Sarà vero?
«Ma mi faccia il piacere. Che senso ha questa affermazione? Come gli sarà venuta in mente?». Souad Sbai, direttrice del mensile Al Maghrebiya e presidentessa dell’Associazione delle donne della comunità marocchina in Italia (Acmid) trasecola. «Al signor ministro, che evidentemente non lo sa, bisognerebbe spiegare che in Paesi islamici come la Tunisia e il Marocco il velo è vietato alle donne che frequentano scuole, università e uffici pubblici. Si può dire che la Tunisia e il Marocco siano due Paesi imperialisti, secondo lei?».
Anche in Francia, per dire, il velo è stato bandito dalle scuole…
«E le pare che anche la Francia meriti l’appellativo di nazione imperialista? Il problema, se di problema si tratta è un altro. Noi non abbiamo mai detto alle nostre donne di togliere il velo. Ma deve essere una libera scelta. Quel che sappiamo, quel che vediamo ogni giorno, invece, è che il velo viene vissuto dalla stragrande maggioranza delle donne musulmane che vivono in Italia come una costrizione, un obbligo».
In caso contrario c’è sempre un padre, un fratello pronto a menar le mani, se non peggio.
«Picchiate, segregate, uccise. La cronaca ci dice questo. Ma ce lo dicono anche le decine e decine di donne che ogni mese si rivolgono alla nostra associazione. Prenda la storia di E.H. la ragazza marocchina di Genova di cui hanno parlato i giornali ieri l’altro. Chiusa a chiave da tre anni in una stanza dal marito che intendeva, così ha detto, preservare la sua purezza tenendola al riparo dal mondo».
Facciamo una stima all’ingrosso. Secondo lei, quante sono le donne che vediamo circolare a capo coperto in Italia e che hanno scelto, per questione di fede, di indossare quel simbolo di sottomissione?
«Una minoranza. A noi risulta che la maggior parte di esse vivono il velo come un obbligo. Vada a vedere nei centri di accoglienza, venga nella nostra associazione. Scoprirà che chi si rivolge a noi, dopo una settimana getta il velo, raccontando che gli era stato imposto dal padre, dal marito, dai fratelli. Ma parlare del velo è un falso problema».
In che senso?
«Nel senso che sono stanca di sentir parlare di noi solo per questa faccenda. Perché invece non si affronta seriamente il problema di una sanatoria ai clandestini che circolano in Italia e aspettano da anni di veder regolarizzata la loro posizione?».
Una sanatoria? Ma come: un’altra?
«Si calcola che ci siano 300mila irregolari. Se ci sono, è opportuno regolarizzarli, dargli un’identità e una dignità. Ma la sanatoria questo governo non la vuol fare. Questo è il problema, e mi dispiace se il ministro Amato, che parla di dare una casa agli immigrati, si arrabbierà».
Torniamo alla situazione delle donne. A leggere i giornali italiani, pare che l’Italia, quella che doveva essere la terra promessa, sia una sorta di Cayenna per molte donne che arrivano dai Paesi islamici. Paradossalmente, hanno più libertà a Casablanca o a Tunisi, per non dire di Bagdad.
«È proprio così. Perfino in Marocco la situazione delle donne è migliorata. Poi arrivano in Italia e trovano l’inferno».
Perché?
«Perché è un’immigrazione povera, che viene da un mondo arcaico, rurale. Ma quel che più indigna è che in Italia ci sono due leggi: una per gli italiani e una per i musulmani».
Cioè?
«Provi lei, italiano, a tenere segregata in casa una donna per tre anni. Non la passerebbe liscia. Invece c’è una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al padre di Fatima, ragazza milanese che viveva da carcerata. “È la loro tradizione”, ha stabilito la Suprema corte. Bella sentenza, vero? E invece ci vuole una legge sull’integrazione che aiuti le donne, analfabete all’80 per cento, a uscire di casa, a studiare, a socializzare. Lei vede donne musulmane al cinema, a teatro, al ristorante? No, vero? Ecco, è da lì che bisogna ripartire».